Sono passati 25 anni da quel 19 luglio 1992 in cui persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della scorta, Agostino, Claudio, Emanuela, Vincenzo e Walter. Ma se chiedete ad un ragazzo nato negli anni Duemila o anche negli anni Novanta di dirvi tre eventi del Novecento è facile che vi risponda: “Le Torri Gemelle, il lancio del primo Iphone, la morte di Steve Jobs”.  Quel 1992, per loro è uguale al 9 maggio 1978, al 1968, al 2 agosto 1980. Sono solo date che hanno dovuto studiare sul libro di storia.
Il libro di Alex Corlazzoli è stato scritto soprattutto per loro. Un percorso appassionato e attento lungo strade, piazze e angoli di una città, Palermo, tracciato pensando anche ai “post-Millennials”, ai ragazzi che oggi hanno meno di vent’anni. Se le generazioni nate prima del 1992 sono cresciute con la certezza che più nessuno avrebbe dimenticato dove fosse e con chi, quel 23 maggio e quel 19 luglio, per i “Duemila” è infatti tutto diverso.

Ma “1992 sulle strade di Falcone e Borsellino” è molto di più: è una mappa letteraria che vi accompagna capitolo per capitolo a scoprire i luoghi dove sono nati e vissuti i due magistrati; un testo da sottolineare e da evidenziare, pensato con un desiderio: vedere, accanto alle parole dell’autore, quelle dei lettori, scritte a mano ai margini delle pagine.   Uno Stato che abbandonò i due magistrati già negli anni del Maxiprocesso quando consegnò loro un’impermeabile antiproiettile che messo alla prova dei fatti dalla scorta di Falcone finì sforacchiato.

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È il luglio del 2004 e il giorno prima del dodicesimo anniversario qualcuno pensa di scrivere con la vernice nera sopra questa targa una sola parola: “Suca”, tracciando un volgare fallo sui nomi degli agenti. A Palermo non è la prima volta che accade, e nemmeno l’ultima. Nel 2010, infatti, qualcun altro non “apprezza” le statue di Falcone e Borsellino realizzate dallo scultore Tommaso Domina tra piazza Castelnuovo e via Quintino Sella, in pieno centro storico: le distrugge nottetempo lasciando l’amaro in bocca all’artista e ai palermitani onesti.

A disonorare questa strada non sono solo gli atti ma anche le parole, quelle degli uomini dello Stato che qui ogni anno fanno passerelle. Dal 1992 registriamo le consuete retoriche dichiarazioni ufficiali. “Retori… che hai detto?”, mi chiede Giovanna. Non mi sono accorto ma ho usato un’altra parola incomprensibile alla mia giovane interlocutrice. Capita a noi grandi. “Parole inutili, diciamo così. Sempre le stesse che non cambiano mai. Tutti che combattono la mafia ma nessuno che la sconfigge. Anzi qualcuno di quei politici è stato arrestato proprio per mafia”. “Uno che parlava contro i mafiosi e poi era con loro?”. Totò Cuffaro è già storia per i figli della strage. Anzi non è neppure entrato a far parte della memoria. È stato cancellato. Quasi ci si vergogna in Sicilia a fare quel nome e quel cognome a un ragazzino. Ma anche questa pagina va spiegata. Non possiamo saltare i capitoli. Questo signore che è stato presidente della Regione Sicilia per quasi sette anni è finito in carcere perché incontrava e aiutava la mafia.

“Ora vieni con me. Allontaniamoci da qui. La vedi questa ringhiera? Fino a qualche anno fa ogni 19 luglio era piena di corone d’alloro portate dai politici. Nel 2006 Totò Cuffaro arriva anche lui in via D’Amelio. Ha da poco lanciato una campagna pubblicitaria che ha come slogan “La mafia fa schifo”. Nel suo libro spiega: “Per quanto mi riguarda è ben più di uno slogan, è una questione di sostanza e basta”. Qualche anno dopo viene condannato.
L’ho visto con i miei occhi camminare accanto all’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella in via D’Amelio il 19 luglio di undici anni fa”.
Cosa avrà pensato mentre pestava quell’asfalto? Cosa gli sarà passato nella testa mentre il trombettiere suonava il silenzio? Durante quegli attimi vuoti, senza parole, che si sarà detto fra sé e sé?

Sono domande che mi pongo anche per Silvio Berlusconi. Di lui, anche Giovanna ha sentito parlare, per il Milan. “Anche lui è venuto a Palermo?”, chiede la ragazzina. Più di vent’anni fa. Era il 1994, era stato eletto da poco Presidente del Consiglio. Berlusconi è in città per un incontro istituzionale. Si ricorda che in via D’Amelio è morto Borsellino e decide d’andarci. Ad accorgersi dell’arrivo di qualcuno di importante è Rita, che in quei giorni è a casa con un piede fratturato. Sotto la sua abitazione c’è troppo via vai di forze dell’ordine. Intorno alle 16 sente suonare il citofono. Si alza a fatica dalla poltrona e dall’altra parte della cornetta scopre che c’è il prefetto che le dice: “Il presidente del Consiglio vorrebbe salutarla”. Rita è in vestaglia, non è stata informata di questa visita e non è certo nelle condizioni di ricevere il primo ministro. Passano pochi istanti e il citofono risuona. Si alza di nuovo dalla sua poltrona per rispondere. È un colonnello dei Carabinieri; le ripropone l’incontro con Berlusconi. Nulla da fare. Il citofono suona una terza e quarta volta, finché la sorella del magistrato prende una decisione: “Se deve dirmi qualcosa di importante venga al citofono”. Berlusconi non si fa pregare. Si avvicina, è a un passo da quella lapide e dall’ulivo e chiede: “Che cosa possiamo fare per sconfiggere la mafia?”. “Siete al Governo e potete fare tutto quello che volete, ne avete il potere”, risponde Rita Borsellino. Berlusconi replica: “Se ci lasciano lavorare”. Ma la sorella del magistrato non sta zitta: “Anche mio fratello non lo lasciavano lavorare ma ha continuato lo stesso. Tant’è vero che qui è morto”. A quel punto Berlusconi non ha più parole: “Se permette la chiamerò da Roma con più calma”. Rita non ha mai ricevuto quella telefonata e Berlusconi non si è più fatto vedere in via D’Amelio.

Ma in questa strada non è l’unico ad aver fatto apparizioni di un giorno. È superfluo fare l’elenco dei nomi a Giovanna. Lei conosce solo Renzi, Mattarella, Salvini, Orlando. È utile a me, che li ho visti sfilare in questa strada, ripassare la lista di chi è passato davanti a questo albero per un minuto, due, al massimo un paio d’ore: Berlusconi, Cuffaro, Mastella, Renato Schifani, Gianfranco Fini, Gianni Alemanno, Alfredo Mantovano, Francesco Musotto, Franco Marini, Giuliano Amato, Giorgia Meloni, Carlo Vizzini, Diego Cammarata, Roberto Maroni, Italo Bocchino, Fabio Granata, Irene Pivetti, Ignazio La Russa. Ma anche Nicola Mancino, Giovanni Maria Flick, Luciano Violante, Rosy Bindi, Walter Veltroni e Dario Franceschini. Dal 2009 a metter fine alle passerelle ci pensa il fratello di Paolo, Salvatore che dopo anni di assenza dalla Sicilia torna a Palermo, furente e indignato. Lui e la sorella non ne vogliono più vedere di corone d’alloro. Il messaggio è chiaro: “Onoriamo le istituzioni, non gli uomini che le rappresentano”.