di Omar Massaro

Quanto straripante è l’ignoranza individuale per carenza patologica di istruzione, nutrito il menefreghismo sociale, latitante il civismo, il disprezzo per il bene comune, la disonestà sistematica e patologico il familismo amorale, tanto maggiore è la putrescenza della comunità di cui si è parte. Virulente malattie sociali che degenerando oltre i limiti dell’eccezione divengono regolare cancrena, finendo parallelamente nelle istituzioni contagiandole attraverso i loro rappresentanti reclutati nello stesso terreno culturalmente infetto.

Giocoforza se la spregevolezza individuale, l’inettitudine mentale e il dilettantismo professionale diventano marchi di fabbrica, meriti orgogliosamente esibiti e spesso qualifiche di selezione servile, utili a discriminare e lievitare carriere, che non si arricchiscono in ragione di competenze, eccellenze o titoli dei candidati, bensì in ragione della loro adattabilità morale e ottusità intellettuale, allora oltre ogni ragionevole dubbio lo sfacelo di una democrazia è servito e inevitabile. Si può solo scavare tra le macerie per salvare il salvabile. La democrazia nasce dal basso; essa è il suo popolo. E lo stato di salute in cui versa è specularmente quello del corpo sociale che la caratterizza.

Essa prospera solo in virtù della qualità etiche dei propri cittadini, attraverso il loro impegno, per mezzo della loro partecipazione e grazie alle loro competenze alla luce della consapevolezza del valore della propria cittadinanza, della propria libertà in quanto Uomini e Cittadini e della responsabilità che tale ruolo richiede, dei propri diritti e degli speculari doveri, governanti anzitutto di se stessi con l’esempio e l’onestà. Ci si governa da sé con piccoli gesti quotidiani attraverso l’impegno nella formazione, la dedizione nel lavoro, il rispetto per il valore fondativo della Legge e dell’Altro; curando il territorio, denunciando il malaffare, ogni abuso di potere che minaccia la qualità del bene pubblico, stigmatizzando la corruzione, la vigliaccheria morale e la delinquenza di chi con il proprio agire minaccia ciò che è pubblico e comune con sdegno verso ogni forma di civiltà e giustizia.

Se in Italia siamo ancora affetti da gattopardismo non è certo principalmente a causa dei personaggi da cabaret che scegliamo come governanti, spesso palesemente miserabili nel loro più volgare squallore sia umano che istituzionale – comunemente indaffarati in patetiche esibizioni di melodrammatica nullità oltraggiosamente definita “politica”, orientata alla spartizione di incarichi e bottini o ad evitare galere a forza di legislazioni personalizzate – ma essenzialmente del popolo o almeno della sua parte culturalmente deviata. I veri governanti siamo noi. Chi ci “rappresenta” istituzionalmente altro non è nella fattispecie che l’immagine di noi stessi, quella di cui ci vergogniamo riflessa nello specchio delle nostra povertà intellettuale e morale. I miserabili siamo noi e dalla nostra miseria tiriamo fuori il peggio che servilmente quanto spudoratamente accettiamo e alimentiamo.

Come pretendere che dal fango in cui siamo atavicamente impantanati e che non bonifichiamo con fermezza sia possibile emergere miracolosamente candidi. Nel Paese in cui le colpe sono sempre altrui si continua ostinatamente a predicare dal pulpito delle vittime, mostrando solerti la propria immaturità civile fino al paradosso sperando in reiterate assoluzioni. Se non fossimo causa dei nostri stessi malanni, perché chi è mentalmente normodotato e moralmente in regola coi sensi di colpa si trova lustro per lustro, quasi fosse una condanna, governato da una marmaglia indegna di criminali conclamati e pagliacci che inevitabilmente a causa degli loro evidenti limiti minano la sicurezza e la stabilità della Repubblica accelerando la sua distruzione. E gli altri qui, immobili, in attesa dello scoppio come prima dei fuochi della sagra del Santo in Carrozza che fa tanto Vaticano.