Da qualche giorno sono ospite di una casa sulla collina, che consente di vedere il panorama dell’intera città. Mi è tornato il desiderio di un gioco che facevo da ragazzo: immaginare d’improvviso che le pareti delle case diventino trasparenti, consentendo di vedere le persone che vi abitano, seguire i loro gesti e indovinare le loro parole. Riuscivo a “vederli”, da ragazzo, oggi mi limito a immaginarli.

Al mattino tutti si alzano, vanno in bagno, si vestono, fanno rapidamente colazione, escono per andare al lavoro, o a scuola (con orari che li debbono addestrare all’oppressione del lavoro), rimangono a lungo immobili negli autobus, premuti gli uni contro gli altri, o nei vagoni, spesso in avaria, della Metro. Lavorano, fanno una pausa contratta per il pranzo, tornano a lavorare, poi, quasi sempre col buio, rientrano a casa.

Nelle case si accendono i riverberi degli schermi televisivi. Quasi tutti si immobilizzano davanti al rettangolo instabile della luce azzurra.

E così giorno dopo giorno. Solo il sabato e la domenica le dinamiche si diversificano.

Mi riesce impossibile non decifrare le immagini che la mente propone quando i muri spariscono e la magia della trasparenza rivela i percorsi fissi cui sono obbligati quasi tutti gli abitanti di queste miriadi di celle, in cui ognuno è sia prigioniero che guardiano. Questo muoversi, giorno dopo giorno, verso le stesse inutili mete, consumando fino al declino il tempo della vita, offre soltanto qualche sollievo, ma quando la vitalità è ormai da tempo scomparsa e l’esistenza si adorna di inguaribili malinconie.

Questi movimenti, che a livello individuale possono perfino apparire plausibili, nella loro imponenza di massa rivelano la ferocia che li determina. Soprattutto se si pensa all’ineluttabilità con cui questi destini vengono subìti. Di giorno in giorno questo popolo di “invisibili” emigra nel sonno dall’oggi verso il domani, come se il giorno dopo fosse il solo continente dove rifugiarsi per costruire la propria fortuna.

Ma l’indomani li vede nuovamente soccombere alla furia del lavoro, o all’illusione di una meta da raggiungere a qualsiasi costo: allevare i figli nella probità sociale, nascondere la vergogna dell’indigenza, fare della propria disperata onestà un documento lacero ma ineccepibile da consegnare alla storia.

Mi chiedo quale forza misteriosa abbia fatto dimenticare ai miei simili che ognuno di loro vive una sola volta nell’arco estremo dell’eternità, e che è loro diritto conoscere il mondo e avere almeno mezza giornata affrancata dalla maledizione del lavoro (maledizione, non a caso, di origine biblica). Mezza giornata per riscoprire il gioco, gli affetti, i comportamenti, i desideri, e perché no, i progetti, le aspirazioni e i sogni. I loro ignoti persecutori che neppure concepiscono un reale rispetto verso la persona umana, del resto, sono impigliati nella stessa rete. Prigionieri di un incubo fitto di privilegi.

Ma per un misterioso gioco del destino, i detentori del potere, non consentendo a ognuno il tempo necessario alla vita, impediscono anche a se stessi di vivere.