di Roberto Iannuzzi*

Che la caduta di Mosul e Raqqa, le due capitali del sedicente “califfato” in Iraq e Siria, non significherà la fine dell’Isis dovrebbe essere cosa ormai assodata.

Innanzitutto perché lo Stato islamico controlla altri centri urbani in entrambi questi paesi: Tal Afar e Hawijah in Iraq, solo per citare i principali. Deir ez-Zor, Mayadin, e altri centri lungo l’Eufrate in Siria.

E’ in questi ultimi che sembra essersi ritirata una parte consistente della leadership del califfato (ancora non è chiaro se orfana o meno del “califfo” Al-Baghdadi), e tali centri saranno particolarmente difficili da espugnare.

Né le Forze democratiche siriane (un miscuglio di curdi e arabi sostenuto dagli americani) né le forze leali al regime di Assad (ciò che resta dell’esercito, Hezbollah e le milizie sciite filoiraniane) dispongono degli uomini sufficienti per impadronirsi in tempi brevi di un territorio così vasto, in gran parte desertico.

Un discorso non dissimile si può fare per le provincie irachene di Anbar, Ninive, Kirkuk, Salah al-Din, Diyala. L’esercito e le milizie del governo di Baghdad non sono in grado di controllare in maniera capillare le campagne e le zone aride, dove gli uomini dell’Isis si disperdono una volta perso il possesso dei centri urbani.

In questi ultimi spesso rimangono numerose “cellule dormienti”, indistinguibili dalla popolazione civile. Ciò è possibile anche perché coloro che hanno strappato tali centri al califfato non sempre sono considerati dei “liberatori” dagli abitanti locali.

La presa di Mosul ha comportato un prezzo enorme in termini di distruzione e vittime civili. Nove mesi di guerra urbana e feroci bombardamenti aerei, in gran parte trascurati dalla stampa occidentale, hanno provocato una catastrofe umanitaria difficilmente quantificabile, con circa un milione di sfollati e migliaia di morti.

Può sembrare paradossale ma, come riferisce il Washington Post, i protocolli adottati dai militari americani per l’uso della forza aerea a sostegno delle operazioni di terra a Mosul hanno tratto insegnamento dalle tattiche russe impiegate a Grozny durante la guerra cecena degli anni 90.

Dal canto loro, le milizie e le forze regolari di Baghdad spesso si sono abbandonate ad abusi nei confronti della popolazione laddove considerata collusa con l’Isis. Episodi di esecuzioni sommarie, torture, arresti indiscriminati sono stati ripetutamente riportati.

Sia in Siria che in Iraq, lo spopolamento delle aree “liberate” sta creando comunità omogenee sotto il profilo etnico, religioso ed economico. Ciò aumenta la segregazione e la reciproca diffidenza laddove prima vi era una convivenza fra etnie e sette differenti.

La Mosul “liberata” è dominata da forze governative, milizie sunnite e sciite, e altre formazioni armate locali che competono per il controllo dei quartieri.

In Siria, le forze che contendono Raqqa all’Isis, in una battaglia che si preannuncia sanguinosa come quella di Mosul, sono dominate dai curdi, malvisti dalla popolazione araba della città. Gli americani stanno mettendo insieme una forza di polizia locale che, al termine di un programma di addestramento della durata di appena una settimana, dovrà controllare una città semidistrutta di 200.000 abitanti in parte ancora infiltrata da cellule del califfato.

Nel frattempo l’ideologia dell’Isis ha assunto un carattere transnazionale e delocalizzato, viaggiando su internet e sui social media, e attecchendo in Medio Oriente e altrove: ovunque vi siano conflitti armati o anche solo tensioni sociali che coinvolgono comunità musulmane emarginate.

Ma l’aspetto senza dubbio più preoccupante è che la caduta di Mosul e Raqqa porrà definitivamente a contatto le forze locali e internazionali fra loro in competizione che, in una sorta di caotica corsa regionale, hanno contribuito alla riconquista dell’entità territoriale del califfato.

Episodi conflittuali si sono già registrati in Siria tra forze filogovernative da un lato e americani e curdi dall’altro. Questi ultimi devono poi guardarsi le spalle dalla Turchia, che considera la loro avanzata in Siria come una minaccia esistenziale.

Nel frattempo, i curdi iracheni hanno pianificato un referendum per l’indipendenza il prossimo settembre, aprendo un potenziale conflitto con il governo di Baghdad e le milizie irachene filo-iraniane, ma anche con le comunità arabe e turcomanne nella città contesa (e ricca di petrolio) di Kirkuk.

Un’eventuale indipendenza del Kurdistan iracheno è inoltre fortemente malvista dai paesi confinanti: Turchia, Iran e Siria. Nella regione irachena di Sinjar, che ospita la minoranza yazida, il convergere di forze del partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) e delle milizie sciite è considerato come una provocazione sia da Ankara che dal governo curdo di Erbil.

Tali tensioni si inseriscono poi nel quadro più ampio del conflitto regionale fra Iran e paesi arabi sunniti, e della competizione internazionale fra Washington e Mosca, rendendo l’area a cavallo fra Iraq e Siria un focolaio di conflitti e radicalismi, che purtroppo continuerà a costituire una minaccia per la pace mondiale negli anni a venire.

* Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (aprile 2017)