Caduti nel vuoto gli appelli affinché Liu Xiaobo potesse, se non curato, almeno morire all’estero, come da sue volontà, l’attenzione si sposta sulla vedova Liu Xia. Si moltiplicano infatti gli appelli affinché la poetessa sia liberata e le sia concesso di lasciare la Cina. Liu ha condiviso la reclusione del marito, costretta agli arresti domiciliari con il divieto a comunicare con il mondo estero fin da quando il letterato fu insignito del premio Nobel per la Pace a ottobre del 2010. Dallo scorso 7 luglio, quando Liu Xiaobo fu ricoverato per un cancro al fegato allo stadio terminale, la moglie, hanno raccontato i medici cinese, è stata al suo fianco, come documentato anche da alcune immagini diffuse durante l’ultima settimana.

“Il suo crimine? Rifiutarsi di desistere dal cercare di far liberare il marito”, scrive Amnesty International nel ricordare lo stato di stress psicologico e la depressione nel quale è precipitata per via della privazione della libertà. “Soprattutto ora, con la morte del marito, è arrivato il momento di porre fine a questa crudele punizione”, recita l’appello dell’organizzazione per la tutela dei diritti umani. Pensieri condivisi da alcuni degli amici più stretti della famiglia. Hu Jia, altro noto attivista per i diritti civili in Cina, su Twitter si è prima scusato con Liu Xiaobo per non essere riuscito a liberarlo, nonostante gli sforzi assieme ad altri attivisti. “Continueremo a lottare per la libertà della tua amata Liu Xia”, aggiunge. Da Taiwan arriva invece l’appello di Wu’er Kaixi, uno dei volti più noti del movimento di piazza Tian’anmen, che ebbe nel Nobel per la pace, condannato a 11 anni di carcere con l’accusa di sovversione perché firmatario di un documento per chiedere riforme democratiche nel Paese, uno dei suoi animatori.

Intervistato dall’agenzia France Press, l’ex leader della piazza ha esortato i governi occidentali a pare pressioni su Pechino affinché rilasci l’artista e intellettuale. Qualcosa si sta già muovendo. Sia gli Stati Uniti sia l’Unione europea si sono espressi al riguardo. “Chiedo al governo cinese di permetterle di lasciare la Cina, così come desidera”, ha scritto il segretario di Stato americano, Rex Tillerson nella nota ufficiale sulla morte di Liu Xiaobo. Bruxelles a sua volta spinge affinché la famiglia del letterato lo possa seppellire dove meglio ritiene, cioè fuori dalla Cina come trapelato nei giorni scorsi, attraverso alcune lettere diffuse dagli amici. Anche l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad al Hussei si espresso a favore della libertà di movimento per la poetessa che al momento però sembra irreperibile. Amici e conoscenti non riescono infatti a contattarla da 48 ore.

Pechino a sua volta rimanda al mittente ogni accusa sulla gestione della vicenda. “È una questione interna”, ha ribadito il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang. Mentre con un commento sulla versione online in inglese del People’s Daily i governi occidentali sono stati accusati di aver utilizzato l’assegnazione del Nobel per la Pace al professore per destabilizzare la Cina e ora starebbero sfruttando la sua morte per fomentare altri dissidenti.

Tutti gli appelli delle ultime ore si scontrano tuttavia con la realpolitik del rinnovato protagonismo economico e geopolitico della Cina. Emmanuel Macron con un tweet e Donald Trump con un comunicato ufficiale hanno espresso le proprie condoglianze per la morte di Liu e ricordato la sua battaglia per la libertà e la democrazia. In conferenza stampa, dopo il loro incontro di ieri a Parigi, i due leader hanno tuttavia tenuto un profilo diverso, non disdegnando complimenti per il presidente cinese Xi Jinping. “Un amico, un grande uomo e una persona di talento che ama la Cina”, l’ha definito il magnate. Mentre il leader di En Marche ha descritto come positivo e produttivo il suo primo incontro con il capo di Stato cinese. Dichiarazioni che fanno il paio con la mancata risposta della commissione Ue a chi chiedeva se Bruxelles ritenga il governo di Pechino responsabile per la morte di Liu. La stessa Ue che a inizio giugno non aveva firmato una dichiarazione congiunta al termine del consueto summit con la Cina, proprio per divergenze anche sulla tutela dei diritti umani nella Repubblica popolare.