Otto anni di carcere e 180.000 euro di multa. È questa la pena inflitta a Sheik Mohammed Alim, 42 anni, ritenuto a capo dell’associazione a delinquere di caporali bengalesi operanti a Sant’Antimo, in provincia di Napoli, “finalizzata al grave sfruttamento lavorativo e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con l’aggravante del reato transnazionale”. Pene tra i cinque e i sei anni e decine di migliaia di euro di multa per gli altri imputati coinvolti (Popy Kathun, Moniruzzam Tipu, Sheik Akbar e Mohammad Aziz) nella prima condanna per lavoro schiavizzato in Italia, emessa martedì 11 luglio dal gup del Tribunale penale di Napoli Rosa De Ruggiero. A denunciare i loro connazionali, sfidando l’organizzazione criminale che gestiva diverse fabbriche di tessile del napoletano, un gruppo di operai sostenuti nella loro lotta dall’Associazione antirazzista e interetnica “3 febbraio”.

“Quella dei lavoratori bengalesi schiavizzati è una lotta iniziata nel 2013 – ricorda il coordinatore dell’A3f di Napoli Gianluca Petruzzo – quando li abbiamo incontrati erano costretti a lavorare in condizioni di schiavitù, senza riposo, sotto continue minacce e costretti a subire percosse e privazioni. Tutto avveniva mentre erano chiusi a chiave all’interno di casermoni a Sant’Antimo, a Frattamaggiore, a Casandrino, per un compenso di 300 euro mensili da cui venivano sottratti 80 euro per l’affitto negli appartamenti-dormitori della stessa organizzazione”.

A difendere i venti operai in sede processuale, a titolo completamente gratuito, un team legale composto dagli avvocati Pasquale de Sena, Bruno Botti, Benedetta Piola Caselli, Pierluigi Umbriano, Amarilda Lici e Alessandro Del Piano.

“Gli imputati facevano entrare in Italia operai specializzati dal Bangladesh promettendo un lavoro regolare e una buona retribuzione – spiega Benedetta Piola Caselli – ma una volta entrati in Italia, a fronte dei 10-15.000 euro pagati per il viaggio, gli operai non trovavano nulla: né il lavoro regolare, né il permesso di soggiorno. Venivano chiusi nelle fabbriche per la produzione del tessile in cui lavoravano 13-14 ore al giorno. Se non lavoravano bene o se rallentavano il ritmo venivano picchiati, venivano minacciati di essere denunciati alla polizia, perché non avevano i documenti, quindi rischiavano il rimpatrio, in una situazione in cui le loro famiglie per mandarli in Italia avevano speso tutti i propri risparmi, e quindi, tornando, avrebbero perso la faccia. Il sistema è cominciato a saltare – conclude l’avvocato – e speriamo che ora, con le prime condanne, si possa estendere anche alle altre fabbriche che ancora utilizzano il lavoro nero e questo regime di sfruttamento”.

Per gli attivisti dell’Associazione 3 febbraio, che in questi anni hanno saputo tenere alta l’attenzione su questa lotta allargando la rete solidale ad altre associazioni e organizzando un incontro tra i lavoratori e Papa Francesco, la sentenza “è un primo passo, fondamentale, per vincere la schiavitù che oggi viene tollerata in Italia, come di mostrano i continui sequestri di sartorie clandestine che si susseguono, dove vengono lavorati prodotti di griffe nazionali e internazionali”.

Anche se l’indagine ha coinvolto esclusivamente bengalesi, la Direzione distrettuale antimafia non esclude connivenze a vari livelli, come quella, emersa durante il processo, “con alcuni imprenditori che risultano aver presentato le pratiche per il nulla osta relativamente all’ingresso nel territorio italiano di cittadini bengalesi, al fine di impiegarli nelle proprie industrie, ma che sono stati invece trovati a lavorare nelle fabbriche di Alim”.