L’amara esperienza delle forze di coalizione in Iraq e Afghanistan ha dimostrato la necessità di efficaci contromisure nei confronti di dispositivi esplosivi improvvisati (Ied), che hanno provocato la morte di migliaia soldati e civili negli ultimi 15 anni. Un’arma non convenzionale scelta dalle organizzazioni terroristiche per difendersi dal nemico. Oggi le nuove tecnologie includono sistemi di rilevamento remoto capaci di annusare esplosivi e altri materiali pericolosi da una distanza sicura.

Questo è il campo in cui la tecnologia israeliana di Laser Detect Systems (Lds) è stata operativa sin dalla sua fondazione nel 2004. La società ha affinato la sua tecnologia di rilevazione basandosi sula spettrometria laser con la Remote Scan (R-Scan) lanciando Spectrodrone. Il drone ha una gamma di volo di 3 km ed è specializzato nell’ispezione a distanza di aree sospette o inaccessibili da una distanza ancora più sicura.

Come se non bastasse organizzazioni terroristiche come Daesh hanno pensato nell’evoluzione asimmetrica della guerra di usare dei droni per colpire degli obiettivi. La battaglia per Mosul ne è stata una prova. L’Isis ha usato dei droni per rilasciare una granata modificata di 40 mm. Le granate erano una varietà High Explosive Dual Purpose in grado di spargere frammenti letali a un raggio di quindici metri. I droni si sono mossi ad un’altitudine di trecentocinquanta piedi facendo cadere delle granate con notevole precisione.

A quanto pare proprio a Ramadi in Iraq secondo un report di Conflict Armament Research esiste un vero e proprio laboratorio dove gli esperti non hanno trovato droni completi, ma fusoliere di compensato, ali di polistirolo e un Manpads, ovvero un sistema missilistico antiaereo a corto raggio trasportabile a spalla. I pezzi rinvenuti suggeriscono che l’Isis aveva in mente di assemblare da zero i propri droni avendo ritrovato, per esempio, un giroscopio prodotto da società turca, la Bomec Robot Teknolojileri, che suggerisce come lo Stato Islamico avesse intenzione di costruire uno strumento di navigazione per le sue macchine volanti.

Per contrastare questa minaccia terroristica, dopo varie richieste, gli Stati Uniti hanno inviato un jammer montato su un pick-up delle “Forze per la guerra Elettronica”. Il sistema è formato da alcune antenne poste all’estremità superiore di un’asta girevole, montata sul cassone del mezzo. Vi sono collegati due cavi. Uno che porta verso una scatola rossa, dove probabilmente è alloggiata la batteria, e un altro che porta a un grande contenitore beige. La scatola presumibilmente ospita la centralina di comando del dispositivo.

Allo stesso modo sono state predisposte altre “armi simili” come il DroneDefender della società statunitense Battelle, un fucile da spalla che “spara” onde radio, le quali inibiscono il sistema di controllo del velivolo senza pilota.

L’utilizzo dei droni è evidente che azzera l’esperienza della guerra e il modo di raccontarla. La facilità dell’uccisione da drone dovrebbe metterci a disagio. Invece questo mezzo sta generando assuefazioni da entrambi i contendenti di un conflitto asimmetrico come quello odierno in Medio Oriente. In passato cinematograficamente parlando si è parlato di scacchiera e labirinto. La prima opzione era quella del comandante in capo: mosse e contromosse, geometrie su una carta geografica, un’opzione in cui gli eventi bellici, pur brutali, hanno razionalità, mentre nella seconda si analizzava la prospettiva del fante, quella della prima linea, dove ogni ipotesi logica salta. Ora quella con i droni come verrà definita?