di Rosangela Urso

Cultura e social, un binomio apparentemente inconciliabile. Da un lato l’approfondimento, che richiede tempo e preparazione. Dall’altro flussi di informazione incontrollati e superficialità di giudizio fatta di like e stelline di gradimento. All’interno di questo meccanismo, che in alcuni casi sembra fagocitare ogni pensiero e che ha cambiato il modo di comunicare, può l’informazione culturale sopravvivere, rimanere di qualità e fare la differenza? Secondo Oliviero Ponte di Pino, docente, critico teatrale e scrittore (che potete seguire su Facebook), sì. L’elemento dirimente è rappresentato da chi scrive di cultura: il critico, nel suo ruolo di testimone e tramite tra il pubblico e ciò che racconta, può fare la differenza.

Per capire, però, il cambiamento che sta avvenendo e il nuovo modo di rapportarsi con l’informazione, anche culturale, bisogna partire da una premessa: “Oggi succedono due cose diverse”. Così commenta Ponte Di Pino, a margine di un focus su teatro, intercultura e critica teatrale al Suq Festival 2017, in cui ha presentato il libro Dioniso e la Nuvola. L’informazione e la critica teatrale in rete: nuovi sguardi, nuove forme, nuovi pubblici (ed. Franco Angeli), scritto con Giulia Alonzo.

“La prima – continua Oliviero – è che la rete permette a tutti di comunicare con tutti, 24 ore al giorno, da qualsiasi punto della terra. Questo implica, da un lato, una grande democratizzazione dei processi comunicativi, dall’altro porta a una perdita di autorevolezza dei mezzi di informazione tradizionali. Secondo aspetto, la massificazione della comunicazione semplifica la comunicazione stessa. Il tipo di giudizio che viene chiesto, ad esempio da Facebook, è il mi piace e non mi piace, per altri siti le stelline; cioè l’opposto del giudizio critico“.

E’ proprio qui che entra in gioco il ruolo e l’importanza di chi scrive di teatro, ma potremmo applicarlo a qualsiasi altra forma di informazione. Perché, mentre Facebook e Amazon basano la loro comunicazione su algoritmi, “che tendono a confermare quello che già si conosce e non aiutano a scoprire cose nuove e soprattutto non generano domande”, il critico è invece “testimone di un’esperienza. Il suo non è il giudizio su un prodotto, che si limita a un: “buono, cattivo, divertente”, ma è quella di essere un testimone che si prende delle responsabilità e che impara a raccontare quello che ha visto e quanto vissuto. Il suo scopo è generare curiosità“. Ad esempio: “Nel caso del Suq Festival non ci si può limitare a dire: è bello o brutto, ma bisogna raccontare quello che questo Festival è, l’incontro con le persone…”.

Ma il teatro raccontato in rete è stato solo il punto di partenza di un discorso molto più ampio, che ha toccato anche il tema dell’intercultura, dell’integrazione, della politica, che sulle ansie e sulle paure dei cittadini sta generando i suoi slogan, aumentando la diffidenza. Infatti: “Se la politica ci insegna ad aver paura, la cultura deve insegnarci la curiosità”, è l’affermazione di Andrea Porcheddu, critico teatrale e scrittore, anche lui salito sul palco del Suq per presentare il suo ultimo libro Che c’è da guardare la critica di fronte al teatro sociale d’arte (Cuepress), insieme a Oliviero Ponte di Pino e Roberto Cuppone, docente di antropologia teatrale. “Il fatto che la paura, capovolta nel termine ‘sicurezza’, sia lo slogan dei politici, è sotto gli occhi di tutti – afferma Porcheddu – Secondo la grande politica siamo in perenne stato di emergenza e assedio”.

Proprio in questa situazione: “il teatro e la cultura possono creare un ponte. Il teatro ha sempre, fin dalle sue origini, spinto al confronto con l’altro. Le tragedie ci hanno fatto capire come rapportarci con la diversità. In questo senso, c’è tanto più bisogno oggi di un teatro che ci affratelli e che ci faccia confrontare con il resto del mondo“.

Una riflessione che è un flusso di idee: “penso che il teatro, che fa incontrare civiltà, sia un’arte fondamentale in questo periodo – prosegue Porcheddu – per ripensare la società e ricostruirla in termini diversi”. E scardinare la legge del più forte che prevarica sul più debole: “Così come ci ostiniamo a rifare le aiuole con il guerrilla gardening, per fare belle le città, il teatro è una attività che può intervenire nella marginalità, nei micro contesti, per sperare in una società migliore. Perché i valori su cui si fonda sono il dialogo e la democrazia“.

La dimostrazione di quanto questo sia realizzabile la dà il teatro sociale, in cui si offre spazio e voce alla diversità: “riuscendo ad arrivare dove la politica non ce l’ha fatta“, è la conclusione di Porcheddu. Un auspicio e una speranza che è anche quella del Suq, che su questi argomenti ha fondato al sua essenza.

(Foto di Giovanna Cavallo)