Si è svolta lo scorso fine settimana l’edizione 2017 del premio Bindi, manifestazione che valorizza la canzone d’autore italiana nel nome di uno dei musicisti più raffinati che il nostro Paese abbia mai avuto: Umberto Bindi. I punti di forza del Premio sono diversi, e alcuni dovrebbero essere presi ad esempio da parte dei soggetti preposti per l’impatto e la felice valorizzazione della canzone d’autore in Italia. Ne dico due su tutti.

Per prima cosa, una questione procedurale del concorso. Al Bindi, i giurati ascoltano i concorrenti dal vivo in due momenti distinti: nel tardo pomeriggio con due brani a testa e la sera con un brano più una cover. Questo fa sì che ci si possa concentrare sullo stile dell’artista, sulle influenze (da dove si viene artisticamente) e sulla sua poetica, la cui esistenza è il vero e proprio discrimine tra la canzone d’intrattenimento e quella d’autore.

Per seconda cosa, il Bindi è organizzato a Santa Margherita Ligure, nel cuore della cittadina turistica e in un periodo frequentatissimo, ma imponendo pervicacemente un approccio e un atteggiamento raffinato, d’autore, con intelligenza. Si vede chiaramente che il pubblico e la cittadinanza negli anni è stata fidelizzata da un tipo di ascolto rispettoso, perché questa manifestazione – come da insegnamento dell’artista di cui porta il nome – non ha mai strizzato l’occhio all’intrattenimento fine a se stesso, non corre dietro alla piazza, riuscendo così a imporsi nel cuore del turismo cittadino.

È questo il compito di un operatore culturale: coniugare cultura raffinata e turismo. Il Bindi lo fa, lo si vede negli incontri pomeridiani e nelle scelte artistiche della sera. In questo senso, il merito è di Enrica Corsi, creatrice e anima del Premio. È successo infatti nel pomeriggio, quando Stefano Marelli è riuscito a conquistare il pubblico in passeggiata sul mare, con una voce e una chitarra, con le sue canzoni e quelle di Ivan Graziani. È successo nelle tre serate, con il concorso e con quella di domenica.

A vincere questa edizione è stata Roberta Giallo, istrionica cantautrice marchigiana, bolognese d’adozione, che ha dimostrato di aver fatto tesoro dell’insegnamento di Dalla, per dei brani in cui ha dato prova di grande tecnica ed eccentricità vocale e pianistica, mai insignificanti. Gli altri premi sono andati ad Andrea Tarquini, Luca Tudisca e Buva.

A parere di chi scrive, l’artista più interessante e che quindi avrebbe dovuto ricevere più riconoscimenti è Luca Tudisca. Siciliano, 29 anni, con esperienze ad Amici e a Musicultura, Luca si è distinto nella calura pomeridiana del sabato, con un approccio sensibile, sussurrato eppure magnetico. Di sera, poi, è stata molto convincente la sua versione di Anna verrà di Pino Daniele.

Gli ospiti hanno impreziosito questa edizione 2017. Sabato si è esibito il rapper Izi (premio Bindi – “New Generation”); domenica serata finale con Mario Venuti, Vittorio De Scalzi (50 anni di carriera, auguri!) e Filippo Graziani. Ecco, Filippo Graziani. Domenica, l’intera giornata è stata dedicata proprio al padre Ivan, della cui morte quest’anno ricorre il ventesimo anniversario. L’esibizione di Filippo è stata molto toccante, con delle versioni chitarra-e-voce di Firenze e Monnalisa (strepitosa in particolar modo quest’ultima) e una in duetto con De Scalzi per Lugano addio.

Se dunque in questi casi le capacità chitarristiche e canore del figlio hanno riportato con delicatezza la mente alla maestria unica e preziosa del padre, è nei pezzi propri che Filippo ha dato il meglio, ed è di quelli che bisogna parlare, perché sono canzoni molto belle, soprattutto se suonate in quel modo: nude, con una presenza scenica imponente.

Graziani si è alternato al pianoforte e alla chitarra, con brani tratti dal suo album Esplodere, di recente uscita, e Le cose belle, canzone presentata al Festival e album vincitore della Targa Tenco opera prima. Con scrittura profonda e orizzontale a un tempo, sa cantare le rivendicazioni generazionali che caratterizzano questi anni sbandati di crisi, tramite l’arma del pop-rock e della sfrontatezza.

“La mia generazione è a spasso come i lupi sul Gran Sasso”, canta Graziani, denunciando un mondo che ci vorrebbe sudditi a elemosinare spazio. Lo fa tramite una poetica propria, che parte da lontano e si fa forza attraverso ribellioni antiche, preziose e mai ostentate, che così “conservano il proprio mistero” e si fanno incisive.

Insomma, Filippo Graziani propone la propria poetica e il proprio stile, come nella migliore tradizione della canzone d’autore. Lo fa al Premio Bindi, uno dei posti migliori in Italia per la valorizzazione di quest’arte. Tutto perfettamente al proprio posto.