Rassegnamoci: abbiamo a che fare con un fenomeno storico. Il flusso migratorio non è un’emergenza, è strutturale e – volenti o nolenti – dobbiamo farci i conti. Le soluzioni ci sono, ma sono tutte di lungo periodo. Bloccare i migranti in una Libia fuori controllo è allo stato attuale dei fatti impossibile. Rimandarli “a casa loro” è ad oggi impossibile nella grande maggioranza dei casi (e chi vi dice il contrario è disonesto), perché mancano gli accordi bilaterali coi paesi di provenienza.

Anche “aiutiamoli a casa loro” è poco più che uno slogan. E spesso non funziona. La soluzione sta a monte ed è politica. Spetta all’Unione Europea e alle Nazioni Unite: un lavoro lungo e paziente di implementazione delle deboli democrazie africane, ad esempio con il monitoraggio dei processi elettorali, con la tolleranza zero verso le dittature, le “democrature”, le cleptocrazie africane, iniziando dal sospendere le nostre complicità politiche ed economiche con chi affama i propri popoli. Smettiamo di vendere armi, di proteggere le aziende occidentali complici di sfruttamento (magari con la scusa di difendere i nostri posti di lavoro). Politiche lungimiranti e di ampio respiro sono l’unica vera soluzione. E invece siamo in balia di politici incapaci di svolgere il ruolo che la Storia domanda loro. Politici schiavi delle virgole dei sondaggi, che solleticano gli istinti peggiori invece di stimolare il meglio nei propri cittadini. Incapaci, soprattutto, di usare la creatività per trovare soluzioni positive. E vale per tutti, a livello europeo. Che avvilimento

E allora che fare? Rassegnarsi?
O invece provare a vedere il bicchiere mezzo pieno? E se il fenomeno migratorio diventasse un’opportunità?

Siamo soli e la tentazione di mollare prende anche chi, fino a ieri, rivendicava con fierezza il lavoro di accoglienza. È rimasto solo papa Francesco come baluardo dei diritti umani e dei tanto sbandierati valori europei di “uguaglianza, fraternità, libertà”. A lui spetta dare indicazioni sulla rotta da seguire. Il come spetterebbe, in questo caso, ai politici. Non pervenuti.

Ricordate quando la Merkel, nel 2015, aprì le porte a un milione di siriani? Lo fece non certo e non solo per slancio umanitario, ma per preciso calcolo. Molti di quei siriani erano laureati, portatori di valore aggiunto di cui la Germania aveva necessità. E il paese non è certo andato in crisi per questo. Oggi i migranti che sbarcano sulle nostre coste sono di altro tipo. Ma va bene, a noi non servono certo altri laureati, ne abbiamo già troppi dei nostri senza impiego. E invece altre braccia possono aiutarci eccome.

L’Europa, pur di non avere migranti oltre le Alpi, è disposta solo a darci soldi. Sapete che vi dico? Prendiamoceli, ‘sti soldi! E anzi, osiamo, alziamo la posta in gioco, spilliamone il più possibile. Abbiamo il coltello dalla parte del manico. E poi reinvestiamoli! Implementiamo, per esempio, una grande rete di seconda accoglienza, assumendo tanti dei nostri giovani laureati in scienze umane e sociali, che seguano i richiedenti asilo nella fase di integrazione, e tanti altri laureati in materie letterarie, destinati alla disoccupazione, perché insegnino la nostra bellissima lingua e la nostra cultura. E le insegnino bene!

Ma non solo. Sappiamo che gli immigrati sono già ora necessari perché il nostro fragile sistema pensionistico continui a funzionare, come ha chiaramente affermato Tito Boeri pochi giorni fa. Sappiamo che senza di loro alcuni settori della nostra economia sarebbero in crisi, dall’agricoltura all’assistenza domiciliare e anche sanitaria. E questi sono dati di fatto. L’Italia ha tanti problemi: perché non vedere i migranti come un’opportunità, una “mano” che ci arriva per provare a risolverli?

In base a quanti soldi questa bieca Europa è disposta a “sganciare”, potremmo pensare a molto altro… Già oggi in diverse città i migranti, armati di ramazza, fanno lavori di pubblica utilità. Perché non strutturare meglio tale contributo?

Siamo un Paese a rischio idrogeologico: e allora formiamo le tante giovani braccia in arrivo per un lavoro pianificato e complessivo di risistemazione e messa in sicurezza del territorio! Avviamo opere di pubblica utilità con i fondi europei destinati all’“emergenza migranti” (quindi senza toccare il nostro fragile bilancio e senza “sottrarre risorse” ai nostri poveri). I posti di lavoro che si creerebbero non dovranno essere appannaggio dei soli immigrati, ma dovranno essere disponibili anche agli italiani che ne facciano richiesta, creando un circolo virtuoso e migliorando il nostro fragile paese.

E magari anche l’edilizia potrebbe giovarsene, per la messa in sicurezza dei tantissimi edifici vecchi e non a norma in un territorio per la maggior parte a rischio sismico. Avremmo tante braccia a disposizione e le nostre imprese edili se ne gioverebbero, avviando nuovi lavori e risollevando il settore. Il tutto – ribadisco – con fondi europei stanziati per l’ “emergenza” migranti, che potrebbe trasformarsi in una grande opportunità di crescita e sviluppo.

Utopia? Forse. O forse, semplicemente, la capacità di fare di necessità virtù. Di cogliere un’occasione dove tutti vedono un problema. Senza contare che ne usciremmo a testa alta, davanti a questa Europa gretta, vecchia e rinsecchita: loro chini a difendere il proprio orticello, noi con un paese migliore. Fuori e dentro.