“Matteo, non ti si può più ascoltare”. Alla fine anche il fedelissimo Claudio Velardi, mestiere spin doctor e politologo, ha ‘spento’ il pc. Come se non bastassero i fuorisciti dal Pd, i leader della minoranza interna, il risveglio di Dario Franceschini e i distinguo dei padri fondatori dem Walter Veltroni e Romano Prodi. Adesso anche gli esperti di marketing politico – che lo hanno sempre sostenuto e difeso – sotterrano il linguaggio usato dall’ex premier, gli esempi, i giochini di parole, l’eterno rivendicare i successi e derubricare le sconfitte.

Con un post sul suo blog – poi duplicato per chiarire e approfondire il suo pensiero – Velardi, tra l’altro ex consulente di Massimo D’Alema, ha demolito “perché gli voglio bene” la comunicazione del segretario del Pd risalendo fino all’origine di tutti i mali: l’orologio biologico “drammaticamente bloccato al 4 dicembre 2016“, giorno del Referendum costituzionale e un modo di parlare che non funziona più. Ma per cambiarlo, ammonisce Velardi, “devi cambiare testa”.

La miccia è stata la rassegna stampa OreNove di venerdì, quella dell’annuncio sul numero chiuso per i migranti. Le tirate di orecchie che verranno sono riassunte già nel titolo, Non ti reggo più. “Guardo su Facebook la tua rassegna stampa. Ascolto sempre le stesse parole, espressioni, esempi, calembour. Risento per la millesima volta che le colpe delle cose che non vanno sono dei governi precedenti il tuo, che invece su altri piani “adesso si vedono i risultati del nostro lavoro” (con l’aggiunta di rito del “ma non basta”) – scrive Velardi – mi infastidisco per quell’insopportabile intercalare anni ’80 del “ragazzi”, per il sindaco di turno da blandire come tutti “i sindaci che combattono bla bla”, e poi sto cazzo di bonus giovani, e l’umano dramma della ciclista, e altre dieci banalità“.

“Per poi sentire – andando al merito – la difesa dell’ignobile codice Antimafia, sia pure con la vaga promessa del cambiamento della legge alla Camera – continua – E, in conclusione, l’inascoltabile sermoncino conclusivo, un classico del renzismo depresso: “Però basta parlare del Pd come ne parlano i giornali, io voglio invece parlare di lavoro, di casa, mamme, giovani, etc…”. Il tutto dopo averci propinato per mezz’ora le minchiate dei giornali”. La questione, sostiene Velardi, non è solo comunicativa, arma necessaria, lo avverte, “se vuoi tornare a parlare all’Italia”. Perché, continua, “per cambiare linguaggio devi cambiare testa”.

E scatta l’istantanea degli ultimi sette mesi, nitida. Perché mentre dopo il referendum costituzionale tutti pensavano che Renzi si sarebbe inabissato per poi tornare, è di fatto rimasto in sella. Rilancio dopo rilancio. Invece, consiglia lo spin doctor, “devi metterti a studiare invece di agitarti freneticamente pensando solo a giornali e colleghi di partito (perché sei tu che pensi ossessivamente solo a loro!), devi riflettere sul mondo che continua a cambiare”. Il problema, però è che l’orologio biologico di Renzi è “drammaticamente bloccato al 4 dicembre 2016 (e non voglio pensare alla discussione che si aprirà sul tuo libro, e sulle polemiche tutte rivolte all’indietro che dovremo sorbirci)”. Altrimenti, la sconfitta è dietro l’angolo: “All’appuntamento con il 2018 ci arriverai sfiancato come un vecchio ronzino“. Per questo “devi cambiare dentro, e rapidissimamente”.

E come può avvenire questo cambiamento? “Se metabolizza la grande sconfitta del 4 dicembre, capisce razionalmente che è cambiato tutto da allora, e si colloca – emotivamente, umanamente – su una nuova lunghezza d’onda”, spiega Velardi nel secondo post. Ma può accadere solo se è “pacificato” con sé stesso e “questo non so dire quanto lo sia”. Quindi Velardi entra nel merito: “Che lui torni compulsivamente sulle cose buone fatte dal suo governo non serve. Il giudizio è consegnato inesorabilmente al passato. Avrebbe potuto giocarsi la carta solo legando fortemente i suoi tre anni con il governo Gentiloni, per poter dire a fine legislatura: ecco che cosa abbiamo fatto insieme in  quattro anni. Non lo ha fatto dopo il 4 dicembre, ora i mille giorni – come dire – restano agli atti. Quelli che ne pensano bene, manterranno la loro opinione. Pure gli altri, purtroppo”, aggiunge.

Per questo “dovrebbe contribuire con lealtà a concludere al meglio il lavoro di Gentiloni” e allo stesso tempo “mettere su un nuovo programma” che dovrebbe essere “totalmente nuovo”, perché “da sei mesi a questa parte molto è cambiato, nel mondo, in Europa e – naturalmente – in Italia, con il fallimento delle riforme”. Ci vorrebbero una nuova agenda, nuove parole d’ordine – la prima (salviniana) è arrivata poche ore dopo, sui migranti e non è piaciuta alla base del Pd – ma per riuscire a metterle insieme e a trovarne di giuste, insiste Velardi, Renzi dovrebbe “dedicare molto tempo allo studio, per mettere a punto nuove idee” e nel frattempo “costruire – questione cruciale – la classe dirigente da presentare all’appuntamento elettorale”. Di conseguenza, è la stoccata finale, “tacere”, ovvero “parlare solo quando ha da dire cose nuove, e di peso”.