Si conclude oggi il secondo atto dell’intervista più strampalata della storia del giornalismo: per la prima volta, infatti, a condurla troviamo un blog e a subirla un duo d’eccezione: una malattia genetica – che risponde al nome di francesina, conosciuta dai meno fantasiosi come distrofia di Duchenne – e un umano che questa malattia porta a spasso con sé, l’autore di questo blog.

In questa convivenza cosa avete imparato dall’altro?

Francesina. Certamente a non darla mai vinta: a ogni colpo che metto a segno, infatti, lui cerca sempre di organizzarsi al meglio per ovviare il più possibile al problema. Dal francesino Cafagna ho anche imparato che se si vuole ottenere qualcosa bisogna porsi sempre simpaticamente, perché si colpisce l’obiettivo e se ne esce indenni. Ora capite con chi ho a che fare?

Nicolò. Dalla professoressa Duchenne, come affermai in passato, ho imparato ad essere più empatico: vivendo sulla propria epidermide variegate problematiche si è più propensi alla comprensione altrui. Da lei ho anche imparato a osare sempre di più, mantenendo però un basso profilo al fine di passare inosservati. Grazie a lei infine ho acquisito conoscenze nel campo della fisica del moto dei corpi, da autodidatta.

Un aggettivo che definisce l’altro?

F. Direi pragmatico, aspetto questo da me influenzato e, ammetto, anche dal film Quasi amici. Nel nostro primo incontro, infatti, portai la citazione di Theodore Roosevelt: “Fai ciò che puoi, con quello che hai”. Volevo indirizzarlo al modo migliore per affrontarmi, e devo dire che ha seguito il consiglio troppo pedissequamente: ora lo applica a qualsiasi circostanza.

N. Non c’è termine più appropriato che definirla subdola, anzi, subdolamente degenerativa. Come afferma lei stessa, la tecnica è quella di procedere lentamente “un passo alla volta” (e non a caso parla di “passo”, la provocatrice). La degenerazione, infatti, avviene progressivamente e a fari spenti, con l’intento di abituare chi con la francesina convive. A ogni “passo” alza sempre il livello, un po’ come nei videogiochi: mica è facile starci dietro.

Filosofia ispiratrice?

F. Essendo considerata patologia rara, mi rifaccio al Rarismo. Questa filosofia richiama al vivere in pace con se stessi e senza stress: le mie attenzioni, infatti, le riservo solo e unicamente a un fortunato ogni cinquemila persone circa. Colpisco poco perché non intendo impegnarmi più di tanto e adoro oziare: più colpisco, più devo lavorare: così mi viene la gobba.

N. Ormai mi conoscete e sapete bene che sono adepto al Pigronismo. Aderii già da poppante, quando non ne volevo sapere di camminare: perché stancarmi inutilmente? Questa corrente di pensiero non l’ho mai abbandonata, anzi l’ho fatta sempre più mia: attualmente non alzo neanche un dito. Non mi piace per niente darmi da fare e tanto meno stancarmi, non a caso ho deciso di fare il giornalista.

Il nemico più grande?

F. Se per Superman era Lux Luthor, per me è il Telethon. Questa terribile manifestazione nacque nel 1966 al solo scopo di abbattermi e fu ideata da Jerry Lewis: mannaggia a me che ho incautamente colpito suo figlio; mentre in Italia arrivò nel 1990: altro errore dedicare le mie attenzioni al figlio di Enzo Ferrari. Ammetto di avere diverse responsabilità, dovevo dare retta a nonna poliomielite: “Non svegliare il can che dorme”, diceva. Lei lo fece e Sabin si inventò un bel vaccino.

N. Sarò banale ma per me è l’ignoranza, foriera di pregiudizi. Naturalmente, se dovesse calare il numero degli affetti da carenza di conoscenza sono sicuro che gli esemplari di disabile vedrebbero diverse barriere culturali abbattute (attenzione: poi la lobby dei disabili verrà a contare di più).

Concludiamo con il Telethon: a vostro avviso si arriverà a una cura?

F. Mi auguro vivamente di no, ma prima o poi mi staneranno: comunque finché “non c’è cura, c’è speranza”. In questi anni devo dire che vi sono stati progressi importanti: hanno laboratori (che manco Pablo Escobar), studiano, sperimentano, pubblicano su riviste scientifiche, ma sono ancora a bocca asciutta: Telethon tiè.

N. Mi auguro vivamente di sì, ma non mi piace illudermi (sarebbe contrario al manifesto dei pragmatici). Alla fine credo riusciranno nell’impresa di sconfiggerla, certo non sarà semplice. Probabilmente arriveranno alla cura il giorno successivo alla mia dipartita, o peggio ancora il giorno prima: beh subdola com’è, la francesina ne sarebbe capace.