di Eugenio D’Auria*

La dirigenza saudita è di fronte a uno fra i più complessi tornanti della sua storia e sembra, al momento, reagire con rapidità, in contrasto con la preferenza sino ad ora mostrata verso il mantenimento dello status quo e politiche ispirate alla massima prudenza.

Tre sono le iniziative più significative di re Salman: ha riequilibrato il rapporto con gli Stati Uniti, consentendo a Riyadh di tornare a occupare un posto centrale per la politica mediorientale del presidente Trump, basata sul confronto con l’Iran; ha impresso una svolta radicale nei meccanismi di successione designando il giovane figlio, Mohamed bin Salman, a erede al trono ed eliminando un’intera fascia di principi fra i 50 ed i 60 anni dalla corsa alla successione; ha indotto i membri del Consiglio di cooperazione del Golfo e altri attori mediorientali, in primis l’Egitto, a isolare il Qatar, per il sostegno a gruppi terroristici che mirano a sovvertire gli attuali equilibri mediorientali.

La scommessa di re Salman sarà vincente se il percorso riformatore avviato (un’accelerazione del processo di rinnovamento del precedente sovrano, Abdullah) non provocherà eccessivi scompensi negli intricati equilibri fra i diversi rami della famiglia reale, nei rapporti con i vertici religiosi e nella società saudita nel suo complesso.

Il compito appare di estrema difficoltà e il documento – guida di tale percorso, lo evidenzia in maniera chiarissima: Vision 2030, lanciato con grande risalto mediatico lo scorso aprile, costituisce una rivoluzione degli assetti politici, economici e sociali del Paese; per i critici, invece, è null’altro che un miraggio voluto da un giovane ambizioso, Mohamed bin Salman, assistito da società di consulenza anglo-sassoni con conoscenze superficiali della complessa realtà saudita.

La “rottamazione” operata da re Salman non ha provocato sinora reazioni di dissenso all’interno della famiglia; lo stesso Mohamed bin Nayef, già erede al trono e potente ministro dell’Interno, ha accolto con disciplina la scelta del Re, anche perché il suo ramo familiare ha conservato, con la nomina di un nipote, la titolarità di una delle posizioni chiave nel governo a Riyadh.

Quella che appare una supina accettazione della scelta del sovrano può essere peraltro soltanto di facciata: in attesa di vedere se le riforme economiche e sociali avranno successo. Il confronto fra le diverse fazioni sarebbe quindi soltanto rinviato al momento della verifica, fra non molti anni, circa i risultati del percorso riformatore. Va, al riguardo, rilevato che il gruppo stretto intorno a re Salman non detiene tutte le leve del potere.

Un esempio emblematico è costituito dalla presenza di uno dei figli di re Abdullah alla guida della potentissima Guardia nazionale, struttura militare parallela, non dipendente dal ministero della Difesa. Negli anni 60, l’abdicazione imposta a re Saud in favore del fratello Faisal ebbe luogo in un clima da guerra civile, con il Palazzo reale circondato da reparti militari ostili al sovrano.

Anche in campo economico le incognite che gravano sulla scommessa di Mohamed bin Salman sono numerose e di grande rilievo: la privatizzazione di Saudi Aramco, alla base del processo di diversificazione rispetto al petrolio ed al gas, deve garantire non solo risorse all’altezza delle previsioni (duemila miliardi di dollari Usa) ma anche un loro utilizzo produttivo. Inoltre, il recupero di produttività del sistema, con un’accresciuta presenza di donne in alcuni settori, andrà monitorato con attenzione per non vanificare una grande opportunità di crescita con l’utilizzo delle nuove risorse umane in comparti parassitari dell’economia.

Sul piano sociale, infine, le iniziative mirate a superare le restrizioni e i tabù ancora presenti in gran numero in una società fortemente tradizionalista, avranno effetti benefici solo se i gruppi più reazionari del pervasivo apparato religioso non bloccheranno il percorso riformatore per continuare a godere delle proprie rendite di posizione, in termini di prestigio sociale e dei privilegi economici assicurati dal sistema attuale.

In una regione da sempre instabile, divenuta ancor più volatile dopo l’intervento statunitense in Iraq nel 2003 e le susseguenti ondate che hanno portato, fra l’altro, alla guerra civile in Siria, incertezze sul futuro dell’Arabia Saudita avrebbero conseguenze imprevedibili sugli attuali (s)quilibri globali. Le visite del presidente Trump e del primo ministro May hanno segnalato che Washington e Londra hanno ben presente il ruolo di Riyadh sulla scacchiera del grande Medio Oriente.

Per quanti conoscono i dati relativi ai flussi di investimenti finanziari, industriali ed immobiliari – gestiti da privati e da parte pubblica – tra i tre Paesi non vi è stata alcuna sorpresa; così come non vi è stata sorpresa nell’avere conferma che la realtà di un certo tipo di capitalismo continua a porre in secondo piano – anche nel XXI secolo – le tematiche dei diritti umani, della democrazia e della giustizia sociale.

* già ambasciatore in Arabia Saudita