Finalmente possiamo parlare di lavoro senza citare il tasso disoccupazione giovanile in aumento, i precari, gli esodati, il taglio dei diritti con l’abolizione dell’articolo 18 e l’applicazione del Jobs act, i voucher, e tutti gli episodi che hanno drammaticamente messo in forse che l’Italia sia ancora “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Infatti, fino a qualche mese fa, nessuno avrebbe scommesso un euro sull’esito positivo di una battaglia, quella dei 600 operatori licenziati del call center di Paternò, diventata simbolo del disagio occupazionale del territorio catanese ma anche della voglia di riscatto di centinaia di giovani che da oltre un anno lottano per ottenere giustizia e per riavere il posto di lavoro. Ieri, però, c’è stato un colpo di scena: alla prefettura di Catania si è tenuto il tavolo di confronto conclusivo tra tutti i soggetti coinvolti nella vertenza. Presenti i sindacati, le aziende committenti (Transcom, Inps), il sindaco di Paternò Nino Naso, e l’imprenditore Franz Di Bella. Un colpo di scena sorprendente, quasi miracoloso, degno del miglior De Sica: l’azienda riaprirà a settembre, non si chiamerà più Qè ma Netith e riassorbirà buona parte dei licenziati.

“Un risultato frutto delle nostre battaglie sindacali e legali” dice Valentina Borzì, giovane e combattiva leader dei lavoratori Qè e rappresentante della Slc Cgil. “La nostra più grande vittoria è stata il riuscire a tenere unito e compatto il gruppo per oltre un anno. Abbiamo organizzato proteste e manifestazioni abbiamo chiesto e ottenuto convocazioni al ministero e alla regione, abbiamo pure consegnato una lettera al premier Paolo Gentiloni nel corso della sua visita a Catania e adesso cominciamo a raccogliere i frutti. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza il sostegno di tutta la comunità paternese, dei sindacati e dei tanti cittadini che ci hanno sostenuto, anche economicamente, per finanziare la nostra lotta. Questa non è solo la nostra vittoria ma quella dell’intero territorio”.

E così, quello che fino a qualche mese fa sembrava utopia da ieri è una realtà concreta. Un epilogo per nulla scontato, unico nel suo genere, in un contesto e in un territorio in cui le aziende di norma chiudono i battenti, spesso per delocalizzare, la riapertura di un sito produttivo, frutto della lotta e della tenacia dei lavoratori, non può che definirsi un miracolo.

Un miracolo che però dovrebbe far riflettere sulle troppo semplicistiche misure che normalmente vengono applicate in questi casi: delocalizzazione obbligata e, quando va bene, cassa integrazione. La lezione che impariamo da questa vicenda è che se vogliamo veramente rilanciare l’economia italiana e ritornare ad occupare i nostri giovani e meno giovani dobbiamo osare e innovare, altrimenti non ci sarà scampo né per i lavoratori, né per gli imprenditori seri e coraggiosi e rimarremo imprigionati nelle politiche della finanza globale.