Fine primo tempo, i giocatori rientrano negli spogliatoi. Si spengono le luci, parte la musica, comincia lo show: ballerine discinte si dimenano sinuosamente intorno a lunghi pali montati per l’occasione sul terreno verde. “Papà, perché in mezzo al campo ci sono ragazze mezze nude che ballano?”, chiede il figlioletto di tre anni portato a vedere la partita nel nuovo impianto a misura di famiglia, mentre la madre se la prende col marito per l’improbabile spettacolo di lap dance. “È lo stadio moderno secondo Carlo Tavecchio, il presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio”, bisognerebbe rispondergli. Dopo le banane di Optì Pobà, le donne con handicap, gli “ebreacci” e gli omosessuali da tener lontani, è la volta della lap dance. Una delle tante attività che secondo il numero uno del nostro calcio potrebbero trovar posto nei nuovi stadi italiani. “Non sono più ambienti in cui si deve giocare solo al calcio: ci va la farmacia, il supermercato, la lap dance, si fa attività sociale”. Ha detto proprio così. In parlamento, al banco severo della Commissione antimafia, davanti agli occhi esterrefatti della presidente Rosy Bindi e degli altri parlamentari, che non potevano credere alle loro orecchie e faticavano a trattenere i risolini. L’ennesimo scivolone verbale del nostro presidente gaffeur.

Già, perché non è la prima volta che Tavecchio viene tradito dai suoi stereotipi da italiano degli Anni Quaranta. Così è iniziata la sua carriera ai vertici del pallone italiano, e così probabilmente finirà (anche se è destinata a continuare almeno fino al 2021, dopo la recente rielezione). Non a caso i suoi bravi e attenti comunicatori lo seguono passo passo in ogni uscita pubblica, per assicurarsi che il presidente non incappi in altri strafalcioni dopo quello storico di Optì Pobà. Ma in Commissione Antimafia, a relazionare sul delicato tema delle infiltrazioni mafiose nel calcio professionistico, doveva necessariamente andarci da solo, senza accompagnatore. E libero dai freni inibitori dei suoi tutor si è lasciato andare ad una nuova metafora un po’ ardita e quantomeno infelice, che ovviamente non ha mancato di suscitare polemiche.

In realtà Tavecchio in parlamento stava facendo anche un ragionamento complesso e profondo. Per larghi tratti addirittura condivisibile: i nuovi stadi, quelli che l’Italia fa una fatica terribile a costruire, dovranno essere non più degli impianti settoriali o delle inutili cattedrali nel deserto, ma strutture polifunzionali in grado di vivere sette giorni su sette alla settimana. Grazie a varie attività commerciali, sociali e d’intrattenimento (fra cui però magari non rientra proprio la lap dance). In questo contesto, s’inserisce la responsabilità oggettiva delle società, un principio ineludibile, a maggior ragione nell’ottica di nuovi ambienti di cui i gestori dovranno necessariamente farsi carico. Questo voleva spiegare Carlo Tavecchio. Peccato solo che questo concetto così importante sia stato espresso come l’avrebbe detto un vecchio pensionato di paese, e non da presidente della Figc. Il che riporta all’annoso tema dell’adeguatezza di Tavecchio, politico abile, dirigente molto concreto ma istituzionalmente poco presentabile. E indifendibile: perché quando dici una cosa giusta nella maniera sbagliata, hai detto una cosa sbagliata.

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