Ogni anno che Dio manda in terra, con il caldo e le foto dei piedi in riva al mare arriva anche, puntualissima, la nostalgia del Festivalbar, lo show itinerante che per qualche decennio ha segnato musicalmente le estati degli italiani. È un riflesso condizionato, una reazione standard che arriva perché deve arrivare, perché tutti sui social ricordano i bei tempi andati del Festivalbar e tocca adeguarsi per non restare fuori dalle discussioni su Twitter.

Fossimo obiettivi, però, ammetteremmo che in realtà persino il Wind Summer Festival, la cui prima puntata è andata in onda martedì sera su Canale5 (vincendo la sfida Auditel con il 18% di share), è la stessa cosa. I cantanti più gettonati del momento che si esibiscono uno dopo l’altro su un palco di fronte a migliaia di persone in piazza. Idem con patate, né più né meno.

La differenza più evidente è che all’epoca del Festivalbar c’erano molti più soldi e si poteva andare di città in città in una sorta di giro d’Italia estivo, mentre adesso tocca registrare le poche puntate in un paio di giorni, nella stessa piazza della stessa città. E televisivamente forse non ricordate bene cos’era il Festivalbar, visto che anche su quel fronte non è cambiata una virgola. Non c’è mai stato un vero e proprio contenuto autoriale degno di questo nome, ma solo una lunga serie di presentazioni e due chiacchiere in croce scambiate con il cantante.

La vera differenza, ma non può che essere così, è nella musica proposta sul palco. Migliore o peggiore non si sa, ma sicuramente diversa, perché diversi sono i tempi, i gusti musicali, le generazioni che fruiscono le canzoni. Per una sorta di “nostalgismo” inguaribile, ci siamo autoconvinti che Corona o Los Locos fossero migliori dei cantanti “estivi” dei giorni nostri, e sembriamo davvero convinti di quello che diciamo. Certo, oggi ci sono Benji e Fede, che piacciono (tanto) ai loro fan e per nulla a tutti gli altri (cioè la maggioranza del pubblico), ma davvero avete il coraggio di dire che aver premiato come rivelazione gente come Luca Dirisio o gli Zeroassoluto sia qualcosa da rimpiangere?

È un atteggiamento che, scomodando la concezione nietzschiana della storia, potremmo definire “monumentale”: il meglio lo abbiamo già fatto in passato, è inutile affannarsi perché non lo eguaglieremmo mai. E per provare questa nostra convinzione, conserviamo selettivamente solo le cose belle di quel passato, dimenticando quelle meno riuscite.

Peccato, però, che in fondo il Wind Summer Festival non è altro che la continuazione del Festivalbar con altro nome e altri (pochi) mezzi. La piazza degli scacchi di Marostica o l’arena Alpe Adria di Lignano Sabbiedoro non ci sono più, sostituite da piazza del Popolo a Roma. Non c’è più il giro d’Italia della musica, non c’è più la finale all’Arena di Verona che all’epoca sembrava una roba incredibile (oggi ci cantano tutti, anche chi non lo meriterebbe proprio). Ma c’è il concetto alla base di format del genere: una serie ininterrotta o quasi di esibizioni che contribuiscano a creare tormentoni estivi e ad allietare con canzonette o poco più le serate afose dei telespettatori. Esattamente quello che faceva il Festivalbar, checché se ne dice sui social.