Un decreto “invotabile” perché ha un approccio “discrasico” che “esaspera ulteriormente la tensione sociale delle centinaia di migliaia di risparmiatori incolpevolmente coinvolti nei dissesti bancari“. Lo scrive Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia e leader di Fronte Democratico (Pd), in una lettera aperta sul decreto legge del 25 giugno che ha sancito la liquidazione delle banche venete. Decreto il cui iter in Parlamento si preannuncia in salita visto che sono stati presentarti 700 emendamenti, di cui 450 del Movimento 5 Stelle. “Cari amici – scrive l’ex sfidante di Matteo Renzi alle primarie ai membri del governo del Pd e ai parlamentari del Pd – mi permetto di scrivere questa lettera aperta a tutti voi per evitare che il nostro Partito sia nuovamente coinvolto, senza averne alcuna responsabilità diretta, nelle vicende inerenti i recenti dissesti bancari”.

Con il decreto il governo “delinea, in relazione alle banche venete, un percorso di intervento diverso sia da quello seguito per la crisi delle quattro banche ‘risolte’ nel dicembre 2015 (Etruria, Chieti, Ferrara e Banca Marche) che da quello adottato per la gestione della crisi Mps”, prosegue Emiliano. “In altre parole, il Governo ha gestito le tre crisi bancarie insorte da quando, con il D.Lgs. 16 novembre 2015 n. 180, è stata recepita in Italia la direttiva sul bail-in, secondo tre modalità diverse, con la consapevolezza che il modello utilizzato per Mps, la cosiddetta nazionalizzazione, poteva essere esteso se intervenuti per tempo anche sui recenti casi veneti”.

“La grave crisi economica e finanziaria innescata nel 2008 dall’esplosione dei mutui sub-prime e dal crack Lehman ha determinato conseguenze pesantissime sull’economia reale del nostro paese e, a cascata, sulla solidità patrimoniale delle nostre banche, minata dal progressivo accumularsi di crediti deteriorati“. “Le banche degli altri paese europei (Germania, Spagna, Irlanda tra gli altri), ricapitalizzate grazie agli aiuti pubblici e rese più efficienti grazie agli interventi di ristrutturazione tempestivamente posti in essere, sono diventate il motore della ripresa economica. In Italia, come noto, i governi e le stesse Autorità di Vigilanza, hanno invece preferito ignorare il problema, continuando a rassicurare i mercati e i risparmiatori sulla solidità delle nostre banche, facendo finta di non comprendere le inevitabili ripercussioni che una crisi economica di tale portata avrebbe inevitabilmente prodotto sul sistema bancario”.

“La conseguenza principale è stata quella di aver bruciato miliardi di aumento di capitale in cui hanno creduto tanti azionisti anche negli ultimi anni, oltre all’aver negato anche di fronte all’evidente difficoltà di ‘funding’ delle banche in crisi che fosse necessario un intervento diretto dello Stato. Questa ‘politica dello struzzo’, ostinatamente proseguita anche quando il percorso di approvazione ed entrata in vigore del bail-in era ormai chiaramente delineato ha precluso la possibilità di avviare tempestivamente, quando ancora era possibile, interventi pubblici di sostegno al sistema bancario e ha pesantemente ritardato l’avvio dei piani di ristrutturazione ed efficientamento delle aziende bancarie, minandone la competitività. L’entrata in vigore della Direttiva sul bail in ha dunque trovato il nostro sistema bancario in una condizione di fragilità e impreparato a fronteggiare le crisi dei singoli istituti”.

Segue l’accusa di “discrasia” di trattamento tra i risparmiatori che avevano investito nelle quattro banche risolte e in Mps e quelli delle venete: il decreto “tradisce i risparmiatori, abbandonando completamente al loro destino le centinaia di migliaia di piccoli azionisti e di obbligazionisti subordinati che hanno incolpevolmente affidato alla banca i propri risparmi, e comporta per lo Stato un onere spaventoso e, nella sostanza, in larga parte non recuperabile. Inoltre crea un profondo vulnus nell’attuale quadro normativo, derogando una miriade di fondamentali disposizioni del nostro ordinamento, incluse quella relativa alla ‘par condicio creditorum‘ sancita dall’art. 2741 del codice civile. Viene poi completamente bypassata la normativa antitrust. Le misure di ristoro previste per gli obbligazionisti subordinati risultano infatti poco consistenti, dal momento che per l’accesso all’unica forma di rimborso effettivamente efficace, ovvero quella del rimborso forfettario, sono previsti paletti così stringenti (reddito lordo inferiore a 35.000 euro e patrimonio mobiliare inferiore a 100.000 euro) da escludere completamente la classe media, ovvero quella che è certamente più esposta su tale tipologia di investimenti”.

Il decreto inoltre “limita le misure di rimborso ai risparmiatori che hanno sottoscritto i titoli entro il 12 giugno 2014, data di pubblicazione nella gazzetta ufficiale europea della Direttiva bail-in, anche se tale direttiva è stata poi recepita nel nostro ordinamento solo 18 mesi dopo, con il ricordato D.L. 16 novembre 2015 n. 180. Impressionante, poi, risulta l’onere potenziale a carico dello Stato (…) deve infatti farsi carico: a) di versare a Banca Intesa, al fine di preservarla da qualsiasi impatto sui propri coefficienti patrimoniali, 3,5 miliardi euro, oltre ad ulteriori 1,3 miliardi per il sostegno alla fuoriuscita dei dipendenti, con un esborso di 4,8 miliardi; b) fornire alla stessa Banca Intesa garanzie fino ad un ammontare massimo 10,35 miliardi a copertura dello sbilancio di cessione (in sostanza, di crediti e poste problematiche) e delle ulteriori attività, oggi in bonis, che Banca Intesa ha diritto di retrocedere nei prossimi 3 anni; c) fornire ulteriori a garanzie per circa 2 miliardi di euro a copertura dei contenziosi in essere e delle altre spese di liquidazione. Il costo potenziale a carico dello Stato, e quindi dei contribuenti, assomma quindi a circa 17 miliardi di euro, cifra sideralmente più elevata dei circa 6,5 miliardi ipotizzati nell’ambito dell’intervento di ricapitalizzazione precauzionale inizialmente prospettato. Con l’ulteriore differenza che nell’ipotesi di intervento precauzionale lo Stato diventa azionista della Banca e, una volta realizzato il processo di ristrutturazione, può rimetterla sul mercato, rientrando almeno in parte del proprio investimento”.