Sotto certi aspetti sembra di essere tornati all’inizio del 2011, quando i titoli dei “giornaloni” salutavano la fine della Great Recession (Grande Recessione economica) iniziata nel 2007 negli Usa, innescata dai famigerati subprime mortgages (mutui casa a rischio elevato) ed esportata poi in tutto il mondo grazie alla carenza di controlli sulle transazioni finanziarie e al mito (cavalcato anche in Italia) che il mercato, incluso quello finanziario, per operare bene deve essere lasciato completamente libero di muoversi. Sappiamo tutti come è finita quella “dabbenaggine”, e soprattutto, sappiamo che non è affatto finita nel 2011 ma anzi, in Europa, stava giusto per cominciare, anche qui causata proprio dalla troppa libertà lasciata alle grandi banche, e agli altri soggetti del sempre più grande comparto finanziario speculativo globale, di far soldi senza bisogno di stamparli, ma semplicemente gonfiando su valori fittizi le operazioni che transitavano in quel mercato libero.

Milioni di risparmiatori, guidati da improvvisati esperti che consigliavano con suggerimenti di apparente saggezza come muoversi in quel mercato fascinoso di novità, e di facili guadagni, si son svegliati però un brutto giorno spogliati non solo dei loro facili guadagni, ma anche di buona parte del loro capitale investito.

Le crisi finanziarie sono come i terremoti, si sa che verranno ma quasi nessuno riesce mai a indovinare quando. Però arrivano sempre, inesorabilmente! All’inizio di questo secolo ci fu Alan Greenspan, capo supremo della Federal Reserve americana che, ben conscio di questo trend economico-finanziario dei mercati, teorizzò di poter controllare il fenomeno attraverso un mirato dosaggio di politica monetaria capace di “raffreddare” (come si fa con le centrali atomiche) l’eccesso di “calore” impadronitosi nei mercati.

Ci è quasi riuscito con la “bolla del tecnologico” a inizio secolo, e ha illuso tutti che potesse davvero funzionare metodicamente quel “pannicello caldo” piazzato sopra il “reattore nucleare” di mercati sempre più larghi e sempre più gonfi di derivati finanziari.

Se ne è però accorto il suo successore Ben Bernanke, insieme al responsabile del Tesoro americano Paulson nell’ultimo anno di Bush alla Casa Bianca, che il miraggio del soft landing (atterraggio morbido) è in realtà una bufala di ciclopiche dimensioni. La reazione è stata infine controllata, sì, ma con l’iniezione di centinaia di miliardi di denaro pubblico e la disperazione di milioni di risparmiatori, di lavoratori che hanno perso il posto e altrettanti milioni di famiglie che hanno perso la loro casa.

Il nuovo inquilino della Casa Bianca (Obama) ci ha provato inizialmente a fare qualcosa di serio per controllare un po’ più seriamente quel serio problema, ma dopo due soli anni del suo primo mandato presidenziale ha perso, nelle elezioni di medio termine del 2010, l’unico (o quasi) provvedimento legislativo che ha fatto in tempo a farsi approvare dal Congresso (diventato a maggioranza repubblicana). Si tratta della legge “Dodd-Frank” seguita poi dall’obbligo, per le grandi banche, di rientrare ogni anno nei parametri dello “Stress Test”.

La prima è stata subito massacrata dai nuovi “padroni” del Congresso; lo stress test, che doveva essere una camicia di forza capace di impedire gli eccessi della speculazione finanziaria, è diventato praticamente un abito su misura, che impedisce magari di correre, ma che consente comunque di fare ogni tipo di mossa, anche pericolosa.

A completare l’opera degli iper-liberisti è arrivato quest’anno quello che probabilmente passerà alla storia come il peggior presidente di tutta la storia americana. A parte le estemporanee decisioni in campo migratorio, il baldanzoso e borioso neo-prez sta silenziosamente cercando di disinnescare anche quel poco che aveva fatto Obama nel campo della finanza pubblica e privata.

Trump vorrebbe persino eliminare la tutela del cosiddetto Volker rule, quella regola che proibisce al mediatore finanziario di curare i propri interessi prima e a discapito di quelli del suo cliente.

Se uniamo a tutto questo lassismo regolatorio il fatto che tutti gli indici dei mercati sono già abbondantemente sopra ai livelli pre-crisi del 2008, che i limiti e le regole creati dopo il 2008 vengono sistematicamente eliminati e che Trump spinge per ulteriori liberalizzazioni è impossibile non vedere che l’economia americana sta ora correndo a precipizio lungo un percorso che non è sempre dritto.

Negli Usa in soli due anni (dal 2015 a oggi) la “ripresina” è già diventata “boom”, ma la Yellen, nominata da Obama a capo della Federal Reserve, non ha più il suo appoggio per controllare gli eccessi della finanza, ora c’è Trump che ha già fatto capire che la sostituirà appena possibile (l’anno prossimo) con persona a lui gradita.

Con un Congresso a maggioranza iper-liberista e un presidente che ama gli eccessi e odia i controlli, quanto tempo dovrà passare ancora prima che il palloncino scoppi in faccia a questi allegri zuzzerelloni che amano giocare coi risparmi del popolo che lavora?