Ho in mente un ricordo preciso di quando tutto ha avuto inizio. Ero in vacanza dai miei zii in un paesino del Parco Nazionale d’Abruzzo. Il cugino di mio cugino era un tuo fan sfegatato e, insieme ad alcuni amici, condivideva una saletta (che loro chiamavano “il club”). In una di quelle sere d’agosto, la radio avrebbe emesso in diretta il tuo concerto a San Siro. Saranno stati i primi anni ’90, e sapendo che anch’io ero una tua fan in fibrillazione, mi dissero che sarei potuta andare da loro a sentirti. Ero ammessa ufficialmente “al club”, nonostante loro fossero già ragazzi, e io solo una bambina.

Indossai la mia maglietta migliore. Quella nera, con te capellone e con cappello al contrario. La luce soffusa, una nuvola di fumo che avvolgeva la stanza e la radio accesa, in attesa che arrivasse la prima nota. Poi il boato della folla a preparare le orecchie. Ci sembrava di essere lì. In prima fila. Io simulavo tutti i giri di batteria e gli assoli di Solieri, mentre loro mi osservavano divertiti; forse, non si aspettavano tanta preparazione.

Ascoltarti durante la mia adolescenza, è stato come approcciare per la prima volta con quel sentimento di “diversità” che non avevo ancora colto pienamente. All’inizio degli anni Novanta, le ragazzine della mia età cantavano Marco Masini, gli 883 e si strappavano i capelli con i Take That. Io inorridivo. Ho come compreso quanto il mondo e gli anni in cui stavo vivendo mi appartenessero davvero poco. Ricordo che fissavo i tuoi occhi sulla copertina di Liberi liberi, persi a guardare l’infinito… e ci vedevo i miei; tutto il resto era poesia, provocazione, ironia, rock e rabbia, un mix esplosivo che volevo vivermi a tutto volume. Tredici anni, e avevo intuito in modo inconsapevole che Fegato fegato spappolato, Siamo solo noi, e Sono ancora in coma, le avrei potute scrivere qualche anno dopo se solo ne fossi stata capace, e che quella giovane donna di cui cantavi in Ed il tempo crea eroi ero proprio io, anche se solo l’idea di esserlo davvero mi stava stretta.

A vent’anni poi, ho decisamente iniziato a rifiutare quella veste e ho deciso che piuttosto sarei morta, ma non mi sarei arresa a quel destino. Purtroppo ho scelto metodi drastici, ho attraversato una strada pericolosa e difficile per farlo, ma oggi posso dire di essere riuscita a ribellarmi “a quell’eterno inganno”, lottando contro chi mi avrebbe voluto “così… innocente, e banale”.

Nel percorso, mentre cercavo la mia strada, a un certo punto ho perso anche te. A vent’anni ho iniziato a farmi, e ho iniziato a dire che Vasco Rossi era morto con Liberi liberi; eppure continuavo a comprare i tuoi dischi e, per ogni disco uscito successivamente, ho pezzi di cui mi sono innamorata. Dal 2000 in poi, il problema nei tuoi confronti credo fosse un altro: io stavo diventando grande e mi stavo incattivendo, mentre tu stavi “invecchiando”. Tutto qui. “Crescendo”? Eri diverso! Era un processo naturale, inevitabile, necessario. Ma allora, non avrei potuto comprenderlo.

I concerti però non me li sono mai persi, anche quando già mi facevo. Una volta mi sono pure arrampicata sulle impalcature per raggiungerti. Fossi caduta… Sai che morte del cazzo a 21 anni? Da sfigata.

Ma tornando al punto. Mi ero semplicemente persa un pezzo di storia. Ero arrivata tardi, come mille altre volte nella mia vita. Ero solo molto incazzata. Ero nata nel momento sbagliato. Tra le varie possibilità, proprio nel 1980, a metà tra il senso e il non senso. E oltre a tutto il resto, a tutto quello che già mi era alieno e insopportabile, non riuscivo nemmeno a tenermi stretta quella valvola di sfogo che per anni aveva alleviato i miei dolori, fatto sfogare le mie lacrime e stringere i pugni per continuare ad arrancare. Non ti avevo rinnegato. Affatto. Buoni o cattivi, me lo feci regalare, perché, quando uscì, ormai avevo le pezze al culo; l’eroina era ormai il mio pane quotidiano e unica ragione, e quell’anno credo di essermi persa anche il concerto. O forse non me lo ricordo.

Poi più nulla. Il vuoto. Un limbo impronunciabile che non saprò mai descrivere davvero. A ventisette anni sono entrata in comunità, era il 2007; lì ho ritrovato (oltre agli altri sensi) anche l’udito, ritrovando anche te. Non ero l’unica a essersi portata nella valigia i tuoi cd, in mezzo al carico di speranza e a quattro abiti stracciati. Venisti a Genova per il concerto, l’appuntamento con Don Gallo era già fissato, e tutti i suoi ragazzi invitati allo stadio Ferraris. Correva già il 2008.

Io dissi ridendo: “Belin, dovevo farmi delle pere per incontrare Vasco Rossi”. Mi autografasti il cd (Il mondo che vorrei), e io ti regalai una poesia trascritta di corsa su un pezzo di carta sgualcito durante il viaggio in furgone. La sera concertone, e di nuovo senza voce come ormai troppi anni prima. Sorrido. Probabilmente tutto ciò che è accaduto, doveva accadere. E oggi mi ritrovo qui, attaccata alla tv mentre canti Un senso. Modena Park. 40 anni di carriera. Duecentoventimila persone. Il mio libro sul comodino. Il Gallo siamo noi. Correddu Viviana. Prefazione: Vasco Rossi.

Tutto torna. Forse il cerchio si è chiuso. E qui arriviamo al punto. Alla riflessione… per te. Con il tempo, ci si evolve se si sa riconoscere la vita nei suoi percorsi. Si cambia, ma non ci si trasforma in qualcun altro. Si apprezzano cose differenti, alcuni bisogni si modificano e in fondo ogni passaggio della vita è una scoperta continua di nuove emozioni, commozioni che arrivano inaspettate e per poco, sensazioni da esplorare e vivere. Io dico che forse non eri preparato a tutto questo. Nemmeno io. Si cresce. Io non sono più la tredicenne ammessa “al club”, e tu non sei più capellone. Il fiato è più corto. “Vasco, La Rock Star”. Non ti vedo più così da molto tempo. Ti vedo oggi semplicemente come un uomo. Un uomo che ha avuto una vita straordinaria, e che continua a trasmettere emozioni alle persone attraverso le sue canzoni. Che ha una necessità e un’urgenza di comunicare che anch’io sento. Un uomo determinato che non sapeva di esserlo, caparbio, ostinato e sfacciato, dopo essere stato forse anche introverso e insicuro. Un uomo, con le sue fragilità e le sue paure.

L’anno scorso, a Torino, il concerto più bello della mia vita, sotto palco. Hai voluto conoscermi tu, perché io non avevo mai osato chiederlo. Ti ho avuto davanti e ho saputo solo dire: “Cazzo”. Tu hai tolto gli occhiali da sole, e ho incrociato quegli occhi chiari che sembravano velati quasi di imbarazzo. Timido. Ho provato una profonda tenerezza. Ti ho dato la mano, per presentarmi. Forse non te lo aspettavi. Hai aperto le braccia, ci siamo stretti. Non ho foto di quel momento. Niente autografo. Fu una scelta premeditata.

Viviamo di apparenza, e tu non saresti stato il mio trofeo da mostrare agli altri. Ho pensato non te lo meritassi. Per me eri e sei una persona. Tutto qui. Volevo lo scambio, dopo che avevi saputo regalarmi tanto. Quella prefazione e il nostro incontro, rimarrà nei secoli dei secoli ai posteri come dimostrazione del fatto che con la caparbietà e l’impegno, i sogni si possono realizzare. E che “Tutto è possibile, perfino credere, che possa esistere… un mondo migliore”. È stato molto, …“è stato splendido”.

Grazie, da parte di centinaia di migliaia di persone.