La barriera degli slogan e delle chiacchiere da campagna elettorale già iniziata è così spessa che si fatica a capire cosa sta succedendo intorno ai migranti. L’ultima idea del governo è quella di impedire alle navi delle Ong che non battono bandiera italiana di lasciare i migranti sulle coste italiane, in modo da forzare quella redistribuzione tra Paesi (almeno tra Francia, Spagna e la martoriata Grecia, la piccola Malta) che la Commissione Ue non è riuscita a imporre. Ci sono tante ragioni per cui quest’idea è meno brillante di quanto sembra.

La prima è che le opzioni per le Ong sono molto limitate: non possono riportare le persone  in Libia e non li possono lasciare in Tunisia, perché non sono porti sicuri secondo le convenzioni internazionali. Forse possono lasciarli a Malta, Spagna o Francia, ma questo non risolve il problema di tutti gli altri Paesi Ue che non accettano i ricollocamenti. E, in ogni caso, queste erano possibilità già disponibili ora: poiché la regia degli sbarchi è di fatto della Guardia costiera italiana da Roma, anche in questi anni sarebbe bastato dare l’ordine di sbarcare i profughi a Malta per indirizzare là le navi private. Per ragioni che nessuno ha mai chiarito, nella lunga polemica sul ruolo delle Ong, questo non succedeva.

Il secondo punto che non torna è questo: i toni del governo italiano sono quelli di una offensiva diplomatica ambiziosa per ottenere un maggiore supporto internazionale, anche al G20 di Amburgo in Germania la prossima settimana. La diplomazia prima o poi dovrà tradursi in misure concrete. Che possono arrivare soltanto dal livello europeo. Eppure, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha saltato gli ultimi due meeting a Bruxelles e Lussemburgo il 18 maggio e il 9 giugno con i suoi omologhi. Non una scelta tatticamente saggia se si vuole risultare credibili e che sembra indicare come lo scopo degli ultimi annunci del governo sia tutto interno: dopo lo scontro sullo ius soli tra Pd (favorevole) e M5S (contrario), la maggioranza di governo ha temuto di trovarsi schiacciata sull’immagine del partito degli immigrati che vuole regolarizzarli per ottenere i loro voti. E quindi si riposiziona.

Terzo elemento che induce a ridimensionare la svolta del governo: i numeri. E’ vero, nelle ultime 18 ore sono sbarcati 12mila migranti. Sono tanti. Ma il governo aveva ampiamente previsto questo afflusso. Nel documento di economia e finanza di aprile, a fronte di arrivi del 30% superiori al 2016 nel primo trimestre dell’anno, il ministero del Tesoro ha stimato una spesa per il salvataggio e la gestione dei migranti in una forchetta tra i 4,3 e i 4,7 miliardi di euro per quest’anno. A seconda che il trend fosse rimasto costante o cresciuto. Tanti soldi, ma nessuna sorpresa ora che abbiamo la conferma che li dovremo spendere.

Secondo l’Unhcr, l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, nel 2017 sono arrivate attraverso il Mediterraneo 92.062 persone (dato al 25 giugno), nell’intero 2016 362.753. Quindi in questi sei mesi sono entrati in tanti – ben 81.973 in Italia – ma sarà l’estate il momento per capire se i record precedenti saranno superati. I morti, spesso ignorati dalle polemiche politiche, sono stati 2030. La situazione è critica, ma prevedibile e prevista. E l’ultimo Consiglio europeo del 24 giugno non ha indicato significative novità. La lista delle misure, sempre declinate al futuro è la solita: dare più strumenti alla Libia per evitare di far partire i migranti, fare accordi con i Paesi terzi per i rimpatri, anche usando come strumento di pressione le scelte in materia di visti, contrastare il traffico di esseri umani nel Sahel.

Tutte soluzioni che richiedono tempi lunghi. Nel breve periodo, l’unico aiuto concreto che potrebbe arrivare da Bruxelles all’Italia come risultato dell’offensiva diplomatica benedetta anche dal Quirinale è economico. Il contributo Ue alla spesa per i migranti è addirittura diminuito, dai 120 milioni del 2016 ai 91 previsti per il 2017. Ma se anche la Commissione fosse collaborativa, magari permettendo di scorporare dal deficit considerato dai parametri di bilancio quote maggiori di spese per migranti, si risolverebbe ben poco. L’Italia userebbe quelle risorse per coprire altre spese politicamente più redditizie (tipo evitare l’aumento dell’Iva o qualche mancia elettorale) e l’afflusso di persone rimarrebbe invariato, con il conseguente carico di tensioni sociali e fibrillazioni politiche.

Purtroppo quello che sta succedendo non ha soluzioni facili. Stabilizzare la Libia e il Medio Oriente, Siria in particolare, sarebbe importante ma forse non risolutivo. Secondo i dati di Frontex, l’agenzia dell’Ue che vigila sulle frontiere, di 60.154 ingressi di “irregolari” in Italia, i primi per nazionalità sono i Nigeriani, oltre 8.000. Morale: i problemi resteranno, l’ondata migratoria non si fermerà, la ridistribuzione tra Paesi non comincerà e l’idea di mettere un “tappo” in Libia come il regime di Erdogan ha fatto in Turchia bloccando la rotta balcanica è quantomeno irrealistica.

E’ comprensibile che i politici vogliano dimostrare di impegnarsi. Ma se prendono impegni che non possono mantenere, la frustrazione crescerà e diventerà sempre più difficile raggiungere compromessi pragmatici.