Un’operazione da 200 milioni di euro, costruita in silenzio, un passo alla volta, con l’iniziale collaborazione di un’amministrazione ambientalista e con lo zampino decisivo di Regione Lombardia. È un capolavoro, l’ultimo affare di Silvio Berlusconi. Eppure nessuno (o quasi) se n’è accorto. Del resto siamo alla periferia dell’impero, a Milano 3: l’ha costruita lui quella cittadina artificiale, dove ha sempre fatto il bello e il cattivo tempo. E poi, tra gli affari di famiglia, non è mai mancato il mattone. Stavolta però il business è immenso, un’edificazione così non si vedeva dai tempi di Salvatore Ligresti, che fra gli anni ’70 e ’80 riempì di casermoni le periferie di Milano e hinterland.

Sono gli ultimi giorni del 2016, quando Berlusconi compie una curiosa operazione: tramite Fininvest Gestione Servizi – la cassaforte presieduta dalla figlia dell’ex cavaliere, Marina – rileva il 48 per cento delle quote di Immobiliare Leonardo, fino a quel momento interamente posseduta dal fratello dell’ex premier, Paolo. Perché Silvio spende 14,5 milioni di euro per scalare una società che di fatto già controlla? E perché farlo ora, quando a Milano 3, per la prima volta, il centrodestra ha perso le elezioni e il comune è amministrato da una lista civica ambientalista, che promette di azzerare il consumo di suolo? Una risposta possibile arriva qualche mese dopo: Immobiliare Leonardo è proprietaria di un maxi appezzamento e la giunta “nemica”, eletta nel 2013, sembra aver cambiato idea. Archiviata la fase “Greenpeace”, si prepara ad attuare la contestata politica urbanistica dell’ex sindaco “berlusconiano”, persino con qualche modifica a tutto vantaggio degli investitori privati. Risultato: Berlusconi si ritrova con un’area grande 203 mila metri quadrati e con indici volumetrici da capogiro, 198 mila metri cubi da sviluppare e mettere a reddito. Né case né ville, bensì palazzi che ospiteranno 1.200 nuovi cittadini. È uno degli affari più grossi degli ultimi decenni.

“In realtà – spiega a ilfattoquotidiano.it Eugenio Patrone, sindaco di Basiglio, dentro i cui confini si trova la città artificiale di Milano 3 – non abbiamo mai cambiato idea. Ci siamo scontrati con la legge regionale 31 del 2014, che prevede una clausola di salvaguardia per gli operatori privati che hanno acquisito un diritto edificatorio. In sostanza, se cambiano le norme urbanistiche, quegli operatori conservano comunque per tre anni la possibilità di costruire con le vecchie regole”. Per dovere di cronaca, va aggiunto che molti sindaci si sono presi la responsabilità di annullare gli strumenti urbanistici ereditati. Due casi, in Lombardia, sono più significativi di altri: gli ormai ex sindaci di Monza e di Magenta, eletti nel 2012, revocarono il Piano di governo del territorio e ne approvarono uno nuovo di zecca, con fortissime riduzioni del consumo di suolo.

“Ci saremmo esposti a ricorsi dell’esito incerto”, commenta Patrone. Che aggiunge: “In una circostanza, però, siamo riusciti a trasformare i palazzi in villette; nel caso di Berlusconi, invece, non siamo riusciti a cambiare le cubature, purtroppo”. Perché? “Beh, diciamo che nel negoziare qualcuno è stato più flessibile e qualcuno no. Ma abbiamo perlomeno imposto a ‘Immobiliare Leonardo’ alcune restrizioni. Per esempio, prima di iniziare a costruire i vari ambiti dovrà essere già stato venduto il 70 per cento degli alloggi, in modo da non trovarsi edifici vuoti e abbandonati”.

I tecnici, nelle mappe, indicano il piano Berlusconi come At02. È un enorme prato, di cui non si vedono i confini. Da queste parti molti ve ne sono, perché Milano 3 è un luogo per famiglie facoltose, che possono godersi il verde, la tranquillità, i servizi e la vigilanza privata. A caro prezzo: le spese condominiali, qui, sono una mazzata. Tutto alle porte del capoluogo lombardo, facilmente raggiungibile in una ventina di minuti. Ecco perché nessuno, prima d’ora, ha pensato di trasformare quei terreni in colate di cemento; ecco perché sono in molti a essere perplessi, soprattutto tra gli amministratori. Tanto più che a Basiglio c’è un’opposizione agguerrita, le cui segnalazioni hanno portato all’apertura di due inchieste in Procura a Milano, collegate fra loro. Una riguarda i rapporti tra il Comune e la famiglia Stilo, secondo un’interdittiva del Prefetto in odor di mafia; l’altra investe alcune scelte amministrative.

C’era bisogno, a Milano 3, di 1.200 nuovi cittadini? “Ma no, nemmeno per sogno. Non ce n’era bisogno, non ce n’è bisogno, non ce ne sarà bisogno”, spiega il sindaco Patrone. Che aggiunge: “Abbiamo il 15 per cento degli appartamenti che non trovano acquirenti”. Eppure il capo dell’area tecnica del comune, Arturo Guadagnolo, che agisce per conto della giunta civica, istruisce l’intero percorso della maxi speculazione edilizia. Tutto regolare, tutto secondo le secondo le norme. Poi l’iter si ferma, un passo prima dell’approvazione in consiglio comunale. Perché? Il primo cittadino è tranchant: “Per noi quest’operazione rappresenta uno sviluppo non compatibile con il territorio e di conseguenza non abbiamo voluto assumerci la responsabilità politica di dare il via libera”.

Ma Berlusconi non fa una piega. Invoca la già citata legge regionale 31 e chiede al governatore leghista Roberto Maroni, data l’inerzia degli amministratori di Milano 3, di nominare un commissario ad acta, che sia investito dei poteri di sindaco, giunta e consiglio comunale per poter approvare il piano urbanistico che sta a cuore a Fininvest. Detto fatto. Il 30 gennaio del 2017 la giunta Maroni accoglie l’istanza di Immobiliare Leonardo e nomina Luigi Fregoni, architetto di professione, nel ruolo di commissario. Non è uno sconosciuto, Fregoni. Dal 2002 al 2007 fu a capo dell’ufficio tecnico di Buccinasco, comune dell’hinterland milanese che si è guadagnato il triste soprannome di “Platì del Nord”, perché qui la ‘ndrangheta è di casa. Fu lo stesso Fregoni a raccontarlo a magistrati che lo interrogarono nell’ambito di un’inchiesta, che coinvolge il clan Barbaro-Papalia, sul movimento terra e un traffico di rifiuti tossici.

Fregoni si dimostra un commissario efficientissimo: in meno di 2 mesi firma la convenzione e rende il progetto Berlusconi a tutti gli effetti definitivo. Il destino della più grande area verde di Milano 3 è segnato. Ma perché l’amministrazione ha fatto il lavoro ‘sporco’, predisponendo tutti gli atti, salvo poi tirarsi indietro all’ultimo? “Questo fa parte del gioco. E’ un lavoro ‘sporco’ che ci avrebbe premiato, se fossimo riusciti a negoziare condizioni migliori abbassando le volumetrie”, chiarisce il sindaco. E invece la giunta non è riuscita. La mega edificazione è dunque pronta per decollare. A giorni sono attese ruspe e gru.

Non è tutto, perché ogni operazione di questa natura porta con sé il calcolo degli oneri di urbanizzazione da versare al Comune oppure, in alternativa, delle opere pubbliche da realizzare a scomputo. Se l’ex Cavaliere avesse concluso l’affare con la giunta amica di Forza Italia, avrebbe dovuto costruire la nuova sede della polizia locale e della protezione civile, una lunga pista ciclabile, un cimitero per cani, una bretella per alleggerire il traffico, una centrale termica a biomasse, un auditorium e un parcheggio sotterraneo in zona centro commerciale. Il tutto per un valore di 28 milioni di euro. Invece, grazie al piano redatto dai nuovi amministratori e approvato dalla giunta Maroni, Immobiliare Leonardo non farà nessuna delle opere citate, monetizzerà quasi tutto e spenderà pure 4-5 milioni in meno. Un piccolo risparmio, che di questi tempi non si butta via. “Alcune opere, come l’auditorium e la centrale a biomasse, non erano necessarie. In generale – conclude il sindaco – è vero: qualcosa resta, qualcosa no. Abbiamo compiuto una scelta, grazie alla quale il comune incasserà circa 12 milioni di euro con le monetizzazioni”.

Intanto Patrone, eletto nel 2013, si prepara per la campagna dell’anno prossimo, pur non sciogliendo le riserve sulla sua ricandidatura. La locale sezione di Forza Italia, che gli fa la guerra da anni, non gli darà più noie: è stata commissariata dal coordinatore provinciale ‘azzurro’, Graziano Mussella. Il quale avrebbe pure intimato ai berlusconiani locali di smetterla di polemizzare sulle scelte urbanistiche dell’amministrazione, dove l’assessore alla partita è Valerio Marrazzi, ex consigliere del Pd. E dove Silvio vanta qualche amicizia importante. A cominciare da Giovanni Rubino, sodale delll’ex consigliere regionale forzista Angelo Giammario, coinvolto in diverse vicende giudiziarie e condannato in primo grado a tre anni e otto mesi per consulenze “fantasma” in Regione Lombardia, fino a Soraya Carron, cognata dell’ex presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, già numero due della Edilnord di Paolo Berlusconi. Di più, ai consiglieri di centrodestra che siedono sui banchi della minoranza è stato pure imposto di smetterla di criticare la giunta con post su Facebook a nome di Forza Italia. Il manovratore non deve essere disturbato.