Ci sono momenti in cui Hollywood ripropone grandi generi scatenando noia e critica, e altri dove invenzioni e passi avanti danno nuovo lustro al cinema di genere. Prendiamo la stagione alle spalle. Il musical: impostarlo come i classici degli anni 60 su estetiche anni 30 e 40 ma ambientarlo al giorno d’oggi sfruttando anche momenti di contaminazioni elettroniche di certi strumenti. Espandere gli studios a una Los Angeles tentacolare con ville e tangenziali canterine avviluppando una Hollywood traboccante di cinema, sogni e speranze. Costruire una storia d’amore travolgente per una coppia rivelatasi tra le migliori di sempre. Riempire il tutto di colore, “non di colori”, come fa notare il regista dai generosi contenuti speciali nella versione home video.

La La Land è la sfida impossibile vinta da quel fenomeno di Damien Chazelle, 32 anni e nove Oscar in due film. Sembrava una meravigliosa tappa evolutiva rispetto a Whiplash (tre statuette, l’attenzione del pubblico globale e una rivoluzionaria potenza musicale). Invece no, perché da quell’ora e mezza di extra del blu-ray è l’autore stesso a confessare una genesi durata anni, della quale Whiplash è stato trampolino utile a convincere una grande produzione a finanziare il suo progetto, o sogno proibito: La La Land appunto. Quando ogni singolo fotogramma sembra una fotografia da appendere al muro, le melodie delle canzoni restano impresse nella memoria come un mantra e i due protagonisti assumono l’aura di amanti senza tempo, immortali, siamo di fronte a un film che non scrive sé stesso ma la storia del cinema. La rielaborazione del musical è un’operazione totale che contaminava già molta sua filmografia, ma qui si compie.

Con Emma Stone e Ryan Gosling il lavoro di Chazelle abbraccia tutte le arti dell’industria cinematografica parlando un linguaggio di celluloide antico e ancor più vivo quando intrecciato al moderno. Il doppio finale, la drammaticità miscelata a tutti gli altri toni emotivi, la tecnologia di macchine da presa così agili da consentire piani sequenza reali che vanno oltre immaginazione e artifici digitali sono solo parte di ciò che questo capolavoro è riuscito ad assemblare ad arte. Sulle coreografie nelle scene in autostrada, nella festa in piscina e non solo, gli extra offrono approfondimenti dalle dirette testimonianze di producers e coreografa, regista e attori. Un viaggio nella musica senza precedenti.

Da un racconto di Ted Chang viene invece Arrival, firmato da Denis Villeneuve. Una fantascienza raffinata e filosofica sulla circolarità del tempo, la sua. In campo linguaggio non lineare, una visione aliena inedita in forma e sostanza, la grafica di una scrittura diversa da qualsiasi cosa precedente e una colonna sonora organica vengono snocciolati nei numerosi extra dell’home video. Qui la ridefinizione del genere si scosta da soliti mostri alieni, guerre e astronavi per posarsi su dimensioni altre. Relazione tra stranieri, linguaggio, reciproca curiosità erano stati già filmati germinalmente in Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma il pathos che Villeneuve aggiunge con inquadrature dalla monumentalità quasi kubrikiana scandagliano ipnoticamente il cuore di una donna che fugge da un dolore personale in maniera imprevedibile. Amy Adams presta la sua nuance attoriale alla linguista che comunicherà con gli ufo. Al suo fianco Forest Whitaker, ufficiale responsabile della nave aliena, e Jeremy Renner come scienziato a completare la squadra del contatto.

Se Arrival, uscito a gennaio, si è accaparrato un Oscar per il Miglior montaggio sonoro, il sottovalutato Silence non è andato più in là di una candidatura per la fotografia. Riscrive il genere drammatico storico con eccellente profondità l’arte di Martin Scorsese. Complice il romanzo di Shūsaku Endō sulle persecuzioni religiose subite da due gesuiti portoghesi nel Giappone del VII secolo per ritrovare il loro padre confessore. Il Cristo di El Greco riflesso nello specchio d’acqua al posto dello stravolto Andrew Garfield sintetizza tutta la metafora filmica del martirio in nome della Fede. L’ex-Spider-Man tocca altissimi picchi di recitazione insieme a Adam Driver. I due monaci sono raccontati dagli extra in blu-ray soltanto da una breve featurette dove Scorsese schiude le porte di alcuni retroscena del film. La gestazione quasi trentennale di un regista già maturo a quel tempo porta alla luce una spiritualità d’intenti legata visceralmente alla capacità di narrare per immagini: riconferma di un maestro indiscusso del cinema. Soprattutto in tempi di rapide mutazioni evolutive e involutive di estetica e racconto, in questo caso con l’arte, l’eleganza della macchina da presa e la riflessione mistica, le vere novità possono esprimersi anche in forme classiche e immortali.