Pubblichiamo un estratto di La signora col cagnolino e le nuove russe col pitbull (Clichy). Il libro di Antonio Armano contiene una serie di reportage in Europa orientale, dai Balcani al Baltico passando per il mar Nero. Un capitolo è dedicato alla Transnistria, regione secessionista della Moldavia non riconosciuta dalla comunità internazionale e sfondo di Educazione siberiana, il romanzo ‘autobiografico’ di Nicolai Lilin, che in realtà riporta vicende inventate.

 

Dopo avere passato qualche giorno a Tiraspol’ (la capitale), rassegnato a non cavare niente da questo viaggio in Trasnistria, mi ritrovo in un parco di Bender, a guardare una scheda informati su Lilin. Me la sono procurata attraverso una serie di conoscenze fortuite, che per ovvi motivi di riservatezza non racconterò. La guardo nel computer del mio informatore. Sul monitor si riflettono le immagini dei bambini che giocano vicino a noi nel parco. Elimino il riflesso e scatto una foto del monitor per registrare le informazioni. Mi consigliano di ricopiarle su un foglio e non memorizzare l’immagine. Nel caso, non del tutto improbabile, che mi fermino per qualche motivo e mi controllino il computer, evito problemi. Come straniero che si aggira da solo in un posto non precisamente turistico posso destare sospetti.

La scheda informativa non contiene niente di rilevante, ma a me interessa proprio per questo. Oltre che per l’indirizzo della casa dello scrittore. C’è scritto che Lilin ha commesso qualche furtarello di barche sul Dnestr e nient’altro. Non appartiene a una famiglia di criminali, tanto meno siberiani. Il cognome del resto suona come polacco. Queste sono zone multietniche. Il nome completo di Lilin è Nikolaj Jur’evič Veržbickij. Il padre si chiama Jurij, la madre Lilija. Evidentemente ispirato a lei lo pseudonimo Lilin. Jurij e Lilija sono tutt’e due del 1958. C’è l’indirizzo di residenza in Transnistria, la propiska: Bender, via Majakovskij 14. Mi dicono che è dalle parti del fiume.

Torno a Tiraspol’ a dormire, ormai si sta facendo buio. Alla mattina presto, prendo una maršrutka (miniautobus) per Bender. Scendo al mercato e faccio colazione tra i banchi pieni di frutta e verdura colorate. Poi cerco via Majakovskij. È una stradina di casupole sul fiume. Trovo quella che sembra essere l’indirizzo, la casa di Lilin. Suono e non risponde nessuno. Vicino alla casa c’è un ragazzo sui trent’anni che sta trafficando accanto a una Passat. Un bambino gioca con i sassi. Chiedo al ragazzo se conosce Nikolaj Veržbickij. Gli racconto che sono italiano e che lo cerco. Mi guarda silenzioso. Il bambino mi tira contro un sasso e lui lo sgrida. Dice che Nikolaj Veržbickij non lo vede da un pezzo. Da quando è emigrato in Germania con la madre. Il padre è emigrato in Grecia. Si sono separati. Gli dico che Lilin ha avuto un successo in Italia, che ha pubblicato Educazione siberiana, raccontando la storia delle famiglie criminali che vivevano a Bender lungo il fiume, che hanno fatto un film dal libro. Mi dice stupito che non lo sapeva, che conosce Kolja da un pezzo, che sono cresciuti insieme. Era un bravo ragazzo, un ragazzo normale. Gli chiedo se qui vive una comunità siberiana di “criminali onesti”. No, risponde. Qui vive gente normale, come nel resto dell’ex Unione sovietica.

Intanto intorno a me si è creata una piccola folla di curiosi. Il vicino ripete quello che ho detto: «Cerca Nikolaj. Dice che in Italia è diventato famoso…». Un’anziana con la voce scocciata e sospettosa mi chiede: «Lei è italiano? Qui, in questa casa, abita un italiano» dice indicando una villa nuova poco distante. «Adesso andiamo da lui, così vediamo se è davvero italiano…». «Non ci tengo a disturbarlo per ora. Vorrei parlare con qualcuno dei Veržbickij…». «Può darsi che ci sia Vitalij, lo zio» dice l’amico d’infanzia di Lilin. «Lavora come guardiano in un magazzino di prodotti elettronici. Se ha fatto la notte, puoi trovarlo. La nonna abita nel palazzo in fondo alla strada, al quarto piano». «Ho provato a suonare ma non risponde nessuno», dico. Riprova anche lui. Niente. Suona di nuovo. Si sente una voce. Si sente aprire una porta.

Saluto la zio di Lilin, e mentre mi presento il ragazzo dice: «Se lo vedi riferisci che lo saluta Kolja Ševčenko». Vitalij Veržbickij assomiglia al nipote, anche se Lilin, tra tatuaggi e l’aura maledettistica, è più giovane e affascinante. Adesso si è fatto crescere una lunga barba, a metà tra un monaco ortodosso e un hipster. Mi invita a entrare. La casa è semplice, senza pretese, ma gradevole, pulita. Niente icone e simbologie esoteriche. La vite, i fiori, le zucchine, i gatti. Ci sediamo in cucina. Vitalij mi offre un caffè. Mentre lo prepara, sempre sorridente, mi sento in colpa per questa intrusione. In fondo Lilin è solo un ragazzo emigrato in un paese dove non aveva molte possibilità di combinare qualcosa di decente, e l’ha sfangata alla grande sfruttando le origini esotiche, inventandosi un personaggio avventuroso e spacciandolo per vero. È un impostore letterario che gioca sul sottile confine tra immaginazione e realtà. La vita non è mai così romantica come vorremmo che fosse, e questo spinge qualcuno a recitare un ruolo che non ha mai avuto nel mondo reale. Atteggiarsi da discendente di una tribù criminale e reduce dalla Cecenia è meno rischioso che combattere in Cecenia e svolgere attività illegali. Al massimo la gente pensa che tu possa mentire.

Una giornalista russa del Kommersant si è presa la briga di controllare se risulta un Nikolaj Veržbickij al ministero della difesa russo, senza trovare nessun militare con quel cognome. Nessun Veržbickij ha mai combattuto in Cecenia. Caduta libera – il suo secondo libro – è una storia ancora più inventata di Eduzione siberiana. Lo zio di Lilin si siede al tavolo e versa il Nescafé nell’acqua bollente. Ride quando gli chiedo se le cose che dice Lilin sono vere, se la famiglia ha una grande tradizione criminale. Se la cava dicendo che un po’ sono vere e un po’ no. Cambio strategia. Gli dico una serie di cose come se fossero assodate, in modo da non indurlo sulla difensiva. Dunque il padre lavora in un salumificio ad Atene… «Sì. Mio fratello è una persona colta. Ama la storia. È appena tornato da Creta. È un viaggiatore. Sta bene in Grecia perché c’è molta storia». La famiglia Veržbickij è d’origine polacca… «Arrivati qui dalla Polonia duecento anni fa. Non so esattamente da dove. Bisognerebbe cercare una traccia nei registri delle chiese…Queste sono zone multietniche. Ci sono polacchi, tedeschi, bulgari…».

Un tappeto di boschi selvaggi riporta la rjabilitacija, il certificato di riabilitazione del bisnonno (Nikolaj Veržbickij). Lilin, scrivendo i testi di questo libro fotografico e autobiografico, ha inserito il documento, spacciandolo per una condanna a morte. Come se in Italia non ci fosse nessuno che mastica un po’ di russo. Intanto il bisnonno risulta nato a Tiraspol’, non in Siberia. Affronto la questione con lo zio di Lilin. Mi dice che il bisnonno, insieme al fratello, ha lavorato in una fabbrica vicino agli Urali, ed è stato fucilato come spia contro-rivoluzionaria rumena. Non era un criminale siberiano deportato in Moldavia, ma al contrario una delle tante vittime delle repressioni staliniane, ucciso perché aveva un cognome straniero e veniva dalla Moldavia. Non sapevano dell’esecuzione. Era normale per l’epoca. Speravano che fossero ancora vivi e li sono andati a cercare, quando c’è stato il disgelo dopo la morte di Stalin. Hanno avuto la riabilitazione, venendo così a sapere che fine avevano fatto.

Arriva la nonna di Lilin. È una bella nonna. Ha un’aria un po’ corrucciata, ma cortese. Chissà se nel ruolo del marito, di nonno Kuzja, preferiva Malkovich o Anthony Hopkins. In fondo sarebbe lei la persona più titolata a rispondere. Le faccio i complimenti, le dico che è giovanile. «Ma quale giovanile. Ho quasi 78 anni. Questa notte per poco non morivo di attacco al cuore», risponde. Le chiedo perché non va a stare con Vitalij: «Gli anziani devono stare nella casa dove hanno sempre vissuto. E poi mio figlio è qui a due passi».

Vitalij mi dice che sono stati qui degli italiani di ritorno da un viaggio e hanno fatto delle riprese alla piccionaia. Oggi è vuota. Dice che vorrebbe andare a lavorare un anno a Mosca. Ha fatto l’esame di lingua per avere il permesso. Gli chiedo perché non si trasferisce in Italia. «E cosa vado a fare in Italia? Non ho niente da fare in Italia e non posso lasciare sola mia madre». Vitalij chiama il gatto: «Marusija, Marusja…». Gli chiedo se si è ispirato nel dargli il nome alla canzone criminale di Marusja. «Ma quale canzone criminale. È un nome polacco».