“Solo la battaglia per la dignità può salvare la democrazia”: questa era la convinzione, ma anche il lascito, di Stefano Rodotà. Nell’ottica del giurista, che della parola “dignità” ha fatto la bussola di una ricerca intellettuale e politica cominciata oltre mezzo secolo fa, essa non è un diritto fondamentale come gli altri, né una super-norma: la dignità è venuta a integrare principi fondamentali già consolidati, quali libertà, eguaglianza e solidarietà, con cui fa corpo e di cui impone l’interpretazione in una logica d’indivisibilità.

Stefano Rodotà lo ha dimostrato nel breve saggio La rivoluzione della dignità (Napoli, 2013), ripercorrendo la vicenda giuridica del relativo concetto: dal diritto della Rivoluzione francese alla elaborazione della Carta costituzionale italiana. Secondo lui, insomma, l’homo dignus, il cittadino a cui con la dignità si offre un valore su cui impiantare il proprio impegno civile, non si affida a un principio che sovrasta libertà, eguaglianza, fraternità e così, in qualche modo, le ridimensiona; è, invece, dall’intrecciarsi continuo di questi principi tutti fondativi, dal loro reciproco illuminarsi, che questo homo riceve maggiore pienezza di vita e, quindi, più intensa dignità umana.

Stefano Rodotà ha posto, peraltro, in chiara evidenza come la parola “dignità” abbia segnato l’epoca successiva alla Seconda guerra mondiale. Quando la Germania ha cercato un termine per reagire alla devastazione nazista ha trovato proprio la parola “dignità”, che compare nel primo articolo della Costituzione tedesca e la stessa parola compare nella Carta costituzionale dell’altro grande sconfitto, l’Italia, dove, tuttavia, acquista una coloritura più forte, essendole affiancato un attributo fondamentale: dignità sociale.

Ma ha anche evidenziato come la declamata “dignità” venga contraddetta dai fatti, tratteggiando un doloroso campionario delle contraddizioni che cospirano per il “tramonto dello Stato costituzionale dei diritti”. L’Ue, ad esempio, esordisce nella sua Carta dei diritti fondamentali con il termine “dignità”, ma sembra dimenticarsene con i migranti, alzando muri. Per l’articolo 36 della nostra Costituzione, il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla qualità e alla quantità del suo lavoro e sufficiente a garantire a sé e alla sua famiglia un’esistenza dignitosa: con buona pace di questa norma, implicante che “La dignità non è a costo zero” e che, dunque, “esistono diritti che non sono a costo zero”.

La crisi economica, al pari “soprattutto della pretesa di spostare nella sfera economica il luogo dove si decidono i valori e le regole”, ha comportato uno “spostamento del potere normativo”, essendo lì che si gestisce il danaro e s’investe, che, dunque, si dettano le regole. Si pensi ancora all’introduzione nella nostra Carta del pareggio di bilancio, di cui all’articolo 81, bollato da Stefano Rodotà alla stregua di un “vincolo fortemente restrittivo e non necessario. Giustificato con il solito ritornello: ce l’ha chiesto l’Europa”.

Il diritto è da sempre uno degli argomenti dei retori, che lo hanno celebrato come cosa sublime, sull’esempio di quei giuristi romani che modestamente chiamavano il loro mestiere “conoscenza delle cose umane e divine”. Non mancano, però, coloro che nel diritto, lungi dal riconoscervi un valore, scorgono lo strumento della prepotenza fra individui o classi: per dirla con Alessandro Manzoni (Adelchi, atto V, scena VIII), “una feroce forza” che “il mondo possiede e fa nomarsi Diritto”.

Eppure, anche lasciando da parte chi vede nel diritto un travestimento subdolo della forza, altri s’incontrano che mostrano ripugnanza ad attribuire ad esso vero valore; anzi si osserva non di rado come si dubiti non solo delle manifestazioni positive di esso, ma persino di quel suo modello ideale che è la giustizia, in quanto questa conservi il carattere di ordine intersoggettivo razionale, cioè, appunto, di modello ideale di ordine giuridico.

Ben consapevole di questo, di fronte allo “scarto fortissimo” fra l’enunciazione formale della “dignità” e la mortificazione di essa nelle concrete scelte politiche e giudiziarie, in cui Stefano Rodotà individuava “una contraddizione che incrina il patto cittadini-istituzioni” foriere di “conseguenze molto gravi”, in un’intervista pubblicata su la Repubblica del 23 settembre 2016, ammoniva: “il mancato rispetto della dignità produce un effetto di delegittimazione. Tu non mi riconosci nella mia pienezza di persona degna e io non ti riconosco nella tua sovranità istituzionale. Da qui la rabbia sociale che alimenta il terrorismo e il caos geopolitico. Difendere la dignità è difendere la democrazia”.