Che Parma non fosse più rossa e nemmeno rosa era noto ormai da quasi due decenni. Ma che da 19 anni i parmigiani non scelgano più i Ds-Pds-Pd neanche per sbaglio non può passare inosservato. I democratici hanno attraversato l’epoca di Pietro Vignali come se niente stesse accadendo, lasciando a gruppi non organizzati anche il monopolio della protesta contro l’amministrazione. Al termine di quella stagione orrida – che ha consegnato alla città una voragine nel bilancio, svariati mostri architettonici, corruzione diffusa, incompiute, e purtroppo alcune incomprensibili opere compiute – il centrosinistra ha avuto nel 2012 la sua occasione d’oro per tornare a osservare Piazza Garibaldi dall’alto. Non l’ha sfruttata e sappiamo come: Vincenzo Bernazzoli era un candidato respingente, paludato, portatore dell’arroganza del vincente designato. E poi la sottovalutazione di Federico Pizzarotti, di Grillo e della capacità di riempire di entusiasmo il pratone della Pilotta.

Cinque anni dopo la storia si ripete. E non si capisce se a premiare nuovamente Pizzarotti sia stata la forza del suo primo mandato o l’incapacità del centrosinistra di mettere una faccia e qualche idea sotto una candidatura. Intendiamoci, il primo cittadino non è stato né mostro né genio. Ha governato la città con alcune delle proposte a 5 stelle, prima tra tutte l’intensificazione, a volte persino apparentemente persecutoria, della raccolta differenziata. A queste ha unito una massiccia dose di buon senso e di cautela istintiva nei confronti del buco di bilancio da centinaia di milioni di euro lasciato da Vignali. Proprio questo buon senso lo ha reso inviso al suo ex movimento. Il Pizzarotti prima maniera che “governare è diverso da stare all’opposizione” è quello che ha fatto imbestialire il Movimento, molto più degli avvisi di garanzia non comunicati tempestivamente, oggi perdonati a quasi tutti gli ex compagni di partito. Ma se c’è qualcosa per cui Pizzarotti ha vinto, è ciò che lui stesso ha ammesso: “Mi sono seduto al tavolo e ho discusso con tutti”. Ha vinto, cioè, con la politica locale.

Al contrario, il Partito democratico perde tanto per un motivo locale che per un fattore ideologico nazionale. In che ordine è difficile distinguere. Di certo la candidatura di Paolo Scarpa non brillava. Come sia possibile che la regione rossa per definizione non riesca a trovare eredi al suo interno è una delle cose su cui il partito dovrebbe riflettere. A questo si aggiunga lo smarrimento dell’elettore di centrosinistra che in Emilia diventa diaspora di sentimenti vitali. Perso il rispetto e la fedeltà al ruolo della “ditta” che Matteo Renzi ha fatto di tutto per demolire, smantellando la vita nei circoli e la vitalità a livello locale, non deve essere sembrato eresia se a qualcuno il Pizza sia apparso più di sinistra di quelli che a sinistra dovrebbero stare. Personalmente, votai turandomi il naso al ballottaggio di 5 anni fa. Odiai il primissimo Pizzarotti intriso di verità. L’ho poi sopportato e infine persino apprezzato per le scelte successive. Ieri avrei votato per lui, con un pensiero a Roma e uno a Rignano.

Quanto al Movimento 5 stelle, dopo avere provato a incenerire il suo primo sindaco esce dal ducato con le ossa rotte: 3,47%, nemmeno un posto in consiglio. La disfatta, tuttavia, insegna al Movimento qualcosa che finora si è rifiutato di considerare formalmente: i candidati che si radicano nel tessuto cittadino vincono. Indipendentemente da chi li sostiene. Vale da Pizzarotti fino alla Sicilia. Si chiama politica. Ed è fatta di compromessi.