La voglia di mollare in certi momenti è stata forte. Trovarsi a duemila chilometri da casa e vedere le blatte spuntare da dietro il frigorifero. Essere costretto a percorrere vialetti pieni di ratti, a pochi passi da Brick Lane, per arrivare a casa. Fatiscente, col tetto in amianto. Non vedere più il proprio coinquilino, uno dei tanti con cui abiti per condividere le spese, per poi scoprire che è ricoverato in ospedale per un’infezione dovuta all’ingestione di escrementi di topo. “Qui a Londra è dura, e vivere con il minimo nazionale (7,50 sterline l’ora, ndr) significa spendere fino a tre quarti dello stipendio (circa mille sterline) per pagare l’affitto di alloggi di periferia che di dignitoso hanno poco o nulla”. Che la capitale inglese non fosse il paradiso Mario Palmieri lo ha imparato a forza di turni al bar accanto a laureati relegati a fare la schiuma per il cappuccino.

“Molti expat dicono che fin dal primo momento le porte di questa città si aprono, ma la realtà è ben diversa: è facile trovare lavoro ma gli unici posti offerti sono nel settore dell’hospitality”. In altre parole, turni malpagati in ristoranti e bar che non ti permettono di avere abbastanza soldi in tasca neppure per andare senza rimorso a cena fuori. “I costosi club del centro puoi solo guardarli da fuori, riuscire ad acquistare più di due capi d’abbigliamento in un mese è difficile, il cinema è un divertimento occasionale”. Uno stile di vita che può essere “davvero frustrante”, infatti “molti ragazzi cadono in preda allo sconforto e alla depressione”, racconta il 26enne napoletano che a Londra ormai vive da due anni.

“A Londra molti ragazzi cadono in preda allo sconforto e alla depressione”

“Ricominciare da zero qui non è facile ma c’è una differenza fondamentale: in Italia ti costringono a imparare la rassegnazione, a Londra ti insegnano che, se provi e riprovi, puoi farcela”. Tanto che dopo il primo anno e mezzo tra bar e curriculum inviati, oggi il giovane napoletano lavora come manager e copywriter per una web agency. Mentre nell’Italia che si è lasciato alle spalle formare un nuovo lavoratore e dargli opportunità di carriera non era percepito come un investimento, “qui il duro lavoro e l’intraprendenza dei giovani sono qualità di gran lunga apprezzate e qualunque sia la tua occupazione ti viene sempre offerta la possibilità di fare carriera”. La Londra che ha conosciuto è fatta anche di laureati che lavorano da McDonald’s in attesa dell’occasione giusta per sfondare ma, nonostante tutte le difficoltà, nella capitale inglese “le possibilità di una scalata sociale ci sono, in Italia no”.

Se ripensa alla sua vita a Napoli, prima di tentare la fortuna a Londra, ricorda lo svilimento che provava ogni mattina prima di entrare nel supermercato dove faceva il magazziniere. Turni da 12 ore e capi che lo insultavano quotidianamente, talvolta anche in modo umiliante davanti alla clientela, per il semplice fatto di avere espresso disaccordo su un’idea o un metodo di lavoro. “Avevo iniziato a lavorare al supermercato per pagarmi gli studi alla facoltà di Scienze politiche della Federico II di Napoli, ma non c’è stata nessuna possibilità di ottenere un part time”. Così, ben presto, Mario ha dovuto decidere se continuare ad avere la sicurezza di un lavoro o proseguire gli studi senza sapere come pagare le tasse universitarie.

Di Napoli ricorda lo svilimento di quando faceva il magazziniere. Turni da 12 ore e capi che lo insultavano quotidianamente

“Ancora oggi non so se scegliendo il lavoro ho fatto la scelta giusta, ma so che un giovane non dovrebbe mai essere messo di fronte a questo bivio”. Nel mentre, diviso tra supermercato e università, non smette di formarsi da autodidatta come copywriter eppure fatica a muovere in primi passi in questo settore. “Per un giovane l’approccio al mondo del lavoro, in Italia, è molto duro: lavoro nero, precarietà, voucher. Dopo un po’ capisci che hai due possibilità: accettare qualunque condizione o emigrare”. Ed è così che a 24 anni Mario sceglie di provare a ricominciare nel Regno Unito.

Come può non mancare Napoli, “e il suo dialetto”, a un napoletano? Eppure Mario non trova una ragione per la quale sarebbe dovuto restare. “Aumentare di una unità il numero dei giovani disoccupati non credo avrebbe aiutato il mio Paese a progredire”. Secondo il 26enne, infatti, a fare del male all’Italia non sono i giovani che cercano una nuova vita all’estero, ma “coloro che sfruttano i lavoratori italiani e immigrati nelle aziende e chi, nelle istituzioni, permette e facilita questo atteggiamento. Di certo non chi, non trovando lavoro, lo cerca altrove”. Mentre si racconta nel suo appartamento nel quartiere di Greenwich a vista Tamigi, si rende conto che per la prima volta nella sua vita si sente di guardare al futuro con fiducia, e non con paura. “E questo per un giovane italiano vuol dire molto”.