Sono le storiche fontanelle pubbliche presenti nella Capitale. Li hanno sempre chiamati “nasoni” per via del tipico rubinetto ricurvo di ferro, la cui forma richiama l’idea di un grande naso. A Roma sono circa 2.500, di cui 280 si trovano all’interno delle mura. Ad esse vanno aggiunte un centinaio di fontanelle pubbliche. In totale erogano l’1% dell’intera acqua immessa nella rete idrica della città.

Con la carenza idrica degli ultimi giorni hanno riscosso generale consenso le parole pronunciate la scorsa settimana dal ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare Gian Luca Galletti: “Anche a Roma dobbiamo agire contro la siccità. Per questo abbiamo convocato per il prossimo lunedì l’osservatorio con la Regione Lazio. Ho apprezzato l’ordinanza della sindaca di Roma, ma sarebbe anche un bel segnale, ad esempio, interrompere l’erogazione dei ‘nasoni’, almeno per qualche giorno”.

Già il Comune di Roma tentò di contenere lo spreco di un’acqua pubblica che scorre liberamente e continuamente dai nasoni negli anni 80, quando installò ad ogni fontanella un meccanismo a rotella che però fu presto vandalizzato. Il Comune non volle insistere nella scelta e si continuò con l’acqua aperta h24.

Adesso tocca all’Acea valutare l’opzione di arginare la crisi idrica con la chiusura indicata da Galletti. Il suo parere verrà poi dato al Campidoglio che deciderà il da farsi nei prossimi giorni, quando probabilmente il periodo di secca raggiungerà il suo picco. Chiudere i nasoni? Perché no?

Ma Roma non è Berlino. E’ piuttosto una città che sta andando verso una rapida indianizzazione che le sta riconsegnando un volto sempre più simile a Bombay o Nuova Delhi. Non è la percezione, sono numeri. E’ di tre anni fa è la seconda indagine sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema, realizzata a seguito di una convenzione tra Istat, ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora e Caritas Italiana.

Si stimano in 50.724 le persone senza dimora che, nei mesi di novembre e dicembre 2014, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 Comuni italiani in cui è stata condotta l’indagine. A Roma se ne sono contati 7.700. Ad essi, sicuramente aumentati negli ultimi 36 mesi, vanno aggiunti quanti non accedono a servizi di accoglienza e mensa, le famiglie rom che vivono insediamenti informali, i giovani “transitanti” che, malgrado i ripetuti sgomberi, si accampano attorno alla Stazione Tiburtina.

Oggi nella Capitale almeno diecimila persone vivono per strada. Uomini soli ma anche famiglie, anziani, bambini. Tutte persone che dormono senza un tetto sulla testa, che vivono alla giornata e che, soprattutto, hanno come unica fonte idrica l’acqua erogata dalle fontanelle pubbliche. I numeri si fa presto a farli: a Roma, ogni giorno, una fontanella pubblica eroga a 4 persone l’unica acqua a loro disposizione nell’arco dell’intera giornata. Acqua per bere, per refrigerare il corpo, per lavare vestiti, per cucinare.

Chiudere quindi i nasoni come suggerito da Galletti? Qualcuno obietta. “Non sarebbe per niente una buona idea” ha commentato su Twitter la consigliera comunale del M5S Annalisa Bernabei. “E per più di un motivo: i nostri 2.500 nasoni erogano solo l’1% dell’acqua immessa nella rete; i nasoni hanno una funzione fondamentale: lo scorrimento dell’acqua nelle tubazioni permette di mantenere in pressione la rete ammalorata. Venendo meno la pressione, avremmo problemi di stabilità dell’infrastruttura; i nasoni garantiscono la distribuzione di acqua potabile in tutta la città e, in molti casi, sono l’unica fonte di acqua per i mercati rionali“.

Degli ultimi ci si dimentica sempre. Altrimenti non sarebbero tali. Vengono dopo la siccità, la pressione idrica ed i mercati rionali. Ma se chiudere i nasoni dovesse significare negare improvvisamente l’accesso all’acqua pubblica a una popolazione di diecimila persone indigenti, ciò equivarrebbe ad un crimine di Stato. E noi davanti a questo crimine non potremmo restare in silenzio. Magari prendendocela con chi, nel Paese che è al top della disponibilità idrica, non è riuscito in questi decenni ad articolare un Piano idrico nazionale.

Lasciamo stare i nasoni. Se in Italia il consumo pro capite al giorno di acqua è di 6.115 litri, (il 25% in più rispetto alla media europea) e la perdita dell’acqua tra le fasi di prelievo e di effettiva erogazioni è di circa il 27%, il problema non sono loro. E in una città abbracciata dal caldo africano evitiamo di aggiungere pene alle pene.