Axl Rose e i Guns N’ Roses per quel che sarebbero potuti (altrimenti) essere sono finiti il 14 gennaio 2001, quando, in occasione del Rock In Rio III, alla sostanza e alla rabbia di un tempo fecero spazio la panza degli anni perduti, una line-up totalmente rinnovata e la solita carovana di grandi classici che costituiscono la setlist pure dell’attuale Not in this lifetime tour, che ha portato la band in Italia lo scorso 10 giugno tra gli entusiasmi e gli sperticamenti di chi, evidentemente, non è abituato alla bellezza e l’esagerazione di un concerto rock come Dio comanda.

Undicesimi nella classifica stilata dalla rivista Forbes, più ricchi di Lionel Messi e Justin Bieber, i Guns N’ Roses si dicono pronti da tempo a un nuovo disco di inediti da far uscire – se a valere è la regola del ferro che va battuto finché caldo – non oltre la prossima primavera: perché, a un certo punto, l’effetto nostalgia potrebbe portare la gioiosa macchina da guerra rimpinguata dai rientri di Slash e Duff McKagan a svuotare (anziché riempire) gli stadi come accadde proprio al padre-padrone Rose qualche anno fa.

Prima che la reunion diventasse l’unica opzione percorribile, la mossa dichiarata pareva essere la pubblicazione di un album di remix del pluririmandato Chinese Democracy (2008), accompagnato – a stretto giro di posta – da altri due dischi inediti che avrebbero raccolto il meglio delle interminabili sessions iniziate durante la metà degli anni 90 e proseguite fino ai giorni nostri. Invece, a guardare le foto dell’ultimo Slash seduto in versione studio di fronte al banco mixer, pare che i Guns N’ Roses abbiano ricominciato da capo: buttando dalla finestra quei 13 milioni di dollari che hanno fatto del già citato Chinese Democracy, il disco più atteso e costoso della storia del rock. “Stiamo raccogliendo idee – ha detto un paio di settimane l’altro chitarrista Richard Fortus  per un nuovo album. Abbiamo registrato un sacco di materiale”.

Nulla a che vedere quindi con le varie Atlas Shrugged (nella quale figurerebbe niente meno che Brian May dei Queen), Ides Of March, Berlin (già conosciuta come Oklahoma e nuovo capitolo della fine del primo matrimonio di Rose con l’ex Erin Everly), Oh my God (rilasciata per la colonna sonora del film End of days e poi ri-registrata in studio senza essere mai pubblicata), Silkworms (suonata dal vivo per poi scomparire dalle setlist del gruppo), Down By The Ocean (scritta a quattro mani, forse, con Izzy Stradlin), Seven (arrangiata da Marco Beltrami, compositore italo-americano con 2 nomination agli Oscar all’attivo), The general (utilizzata quale intro dei concerti del Chinese democracy world tour), Tyme e Quick song (che il giornalista del New York Times Jeff Leeds ha descritto come molto simile al riff di Smells like teen spirit dei Nirvana).

Checché se ne dica, la prossima uscita discografica sarà l’ultima chiamata alle armi di una delle ultime band rock come le si intendeva un tempo e non le si è più intese poi, l’ennesima incarnazione di un comandante stanco, vittima nel recente passato (forse) di una malattia mai dichiarata e che, se supportato a dovere e senza troppe indulgenze potrebbe comunque rendersi protagonista dell’ennesimo fenomeno discografico dell’anno, forse anche dei decenni a venire. Comunque vada, a noi altri andrà di lusso, contando che due dischi nel cassetto ce li abbiamo già: basta che qualcuno, ai piani alti, non speri che Rose tiri le cuoia per liberare tutto e tutti. Sia mai.