Non è davvero stata quello che ci si aspettava: una noiosa battaglia politica locale per un posto alla Camera. Le elezioni speciali in Georgia si sono trasformate in uno scontro politico nazionale, in un primo referendum sulla presidenza di Donald Trump. Alla fine l’hanno spuntata i repubblicani. Karen Handel, una funzionaria locale ed ex segretario di stato in Georgia, ha battuto Jon Ossof, trentenne ex assistente parlamentare. A scrutinio quasi terminato, Handel ha il 51,9 per cento dei voti, contro il 48,1 del suo avversario. Il risultato, i soldi spesi nella campagna, gli argomenti utilizzati sono comunque interessanti in vista delle elezioni di midterm 2018.

Il sesto distretto, che copre un’area ricca, borghese, conservatrice di Atlanta, non è mai stato un problema per i repubblicani. Da quarant’anni sono i candidati del G.O.P. a conquistarlo con facilità. Questo è il seggio occupato da Newt Gingrich dal 1979 al 1999; e Tom Price, l’attuale segretario alla sanità, l’ha vinto con ben 23 punti di vantaggio nel 2016. Proprio per sostituire Price, entrato nell’amministrazione Trump, era stata convocata l’elezione. E anche questa volta, come nel passato, ci si aspettava una vittoria facile del candidato conservatore.

Non è andata così. Al primo turno, il 18 aprile, Ossof ha conquistato il 48% dei consensi, sfiorando la maggioranza assoluta che avrebbe evitato il secondo turno. Di Ossof sono piaciuti la passione, la concretezza della proposta, la capacità di parlare a un elettorato conservatore senza perdere di vista i valori tradizionali del partito. In campagna elettorale, il candidato democratico ha difeso il diritto all’aborto, promettendo però di non alzare le tasse per i più ricchi. Il suo centrismo, più che alla sinistra democratica, è parso guardare alla tradizione politica sudista del senatore Sam Nunn. Più incolore, invece, il campo repubblicano, diviso tra diversi candidati con Handel, al primo turno, capace di arrivare seconda racimolando soltanto il 20% dei voti.

E’ a questo punto che è scattato l’allarme (repubblicano) e la speranza (democratica). I progressisti hanno visto la possibilità di strappare un seggio storico, trasformando la vittoria in un giudizio su Trump; i repubblicani hanno temuto una sconfitta umiliante e le ripercussioni sulle elezioni di midterm. Ad Atlanta sono scesi i big nazionali e soprattutto si sono riversati milioni di dollari (queste sono state le elezioni locali più costose della storia americana). Ossof, che aveva raccolto otto milioni di dollari per il primo turno, ne ha spesi altri quindici per il secondo. I sostenitori di Karen Handel hanno contribuito con altrettanta generosità; dodici milioni di dollari sono stati spesi in attacchi televisivi contro Ossof. Per aiutare la candidata in difficoltà sono poi arrivati ad Atlanta il vice presidente Mike Pence e lo speaker della Camera Paul Ryan.

Alla fine la reazione repubblicana ha avuto l’effetto sperato. Handel ha recuperato e vinto. Hanno contato diversi fattori. Sicuramente ha contato il tentato omicidio di Steve Scalise, il capogruppo repubblicano alla Camera, da parte di un simpatizzante democratico. E ha giocato un ruolo importante anche il tipo di campagna lanciata contro Ossof, dipinto come un allievo di Nancy Pelosi e identificato con il radicalismo progressista di San Francisco e della West Coast, lontano dai valori e dalle abitudini di vita di questo spicchio di Sud. Meno capace di raccogliere consensi è stata la campagna di Ossof, che ha puntato molto sullo scarso acume politico e poca personalità della sua avversaria. Alla fine gli elettori non l’hanno ascoltato. Hanno preferito un conservatorismo tradizionale, sia pure non particolarmente affascinante, al giovane progressista.

A questo punto tutti devono fare i conti con il risultato. I democratici escono dalle elezioni del sesto distretto molto delusi. Un voto per Ossof non era soltanto un modo per sconfessare le politiche di Trump su sanità, ambiente, immigrazione. Era anche l’occasione per valutare la realtà delle proprie ambizioni nelle elezioni di midterm 2018; per sollecitare l’entusiasmo progressista e raccogliere finanziamenti; per costringere i repubblicani in una serie di collegi contesi a non presentarsi nel 2018. La strategia subisce una battuta d’arresto. Le elezioni di midterm saranno difficili, combattute, incerte. Buona parte dell’elettorato repubblicano può guardare con un certo scetticismo alcune mosse di Trump. Ma il cuore di questo elettorato, soprattutto nelle aree più conservatrici, continua ad appoggiare il presidente e non molla i suoi candidati.

Le elezioni di Atlanta rappresentano però un campanello d’allarme per gli stessi repubblicani. La presidenza Trump ha eroso il loro consenso. Un collegio che fino al 2016 si vinceva facilmente, con 23 punti di vantaggio, oggi diventa competitivo. La cosa non vale per la sola Atlanta. I candidati repubblicani hanno vinto, ma con difficoltà, in recenti elezioni in Kansas e in Montana. E nelle stesse ore in cui si votava in Georgia si votava anche per un’elezione speciale in South Carolina, dove gli afro-americani sono andati massicciamente alle urne e hanno messo in pericolo l’elezione del repubblicano Ralph Norman (in un collegio elettorale, se possibile, ancora più conservatore di quello di Atlanta). Questo significa che le politiche di Trump hanno ulteriormente polarizzato l’elettorato e seminato confusione e dubbi nelle aree di certa (almeno un tempo) fede conservatrice.