Ieri Bruno Tinti, ex magistrato e scrittore, ha pubblicato sul Fatto quotidiano un commento dal titolo “Il femminicidio va punito, ma solo se ci sono prove”, criticando le 31 pagine della sentenza con la quale il tribunale di Messina ha condannato la Presidenza del Consiglio dei ministri a risarcire i tre figli di Marianna Manduca [qui il testo della sentenza]. Ne ho scritto la scorsa settimana e oggi, sconcertata dalle considerazioni di Tinti, ci torno su e riprendo alcuni contenuti del suo articolo. Non mi risulta che i giudici di Messina abbiano stabilito che si debba condannare qualcuno senza le prove, ma ha stabilito che i magistrati della procura della Repubblica di Caltagirone, nel “non disporre nessun atto di indagine rispetto ai fatti denunciati a decorrere dal mese di giugno del 2007 e nel non adottare nessuna misura volta a neutralizzare la pericolosità di Saverio Nolfo, hanno commesso una grave violazione di legge con negligenza inescusabile”: non vennero fatte indagini o adottate misure di alcun tipo, né vennero fatte perquisizioni. Nada de nada, ovvio che non ci fossero prove, nessuno si era preoccupato di raccoglierle.

“Mariana e Saverio non andavano d’accordo”. Non era in corso un conflitto, ma c’era violenza. La confusione tra conflitto e violenza, che ha avuto un peso notevole in questa vicenda di mala giustizia, è spesso causa di morte e/o di vittimizzazione secondaria delle donne. “Però il 2/6 e il 3/9 nella denuncia di Marianna compare un coltello”. Il coltello non “compare nella denuncia”, Marianna non se lo era inventato. Era reale e fu quello con cui Saverio Nolfo la uccise il 3 ottobre 2007, lasciando orfani tre figli.

“Maschicidio non lo usa nessuno”. Perché non si parla di maschicidio? Perché con femminicidio non si indica l’uccisione di una persona di sesso femminile ma si indicano i motivi per cui è stata uccisa e si definisce un crimine che ha radici culturali e sessiste. La violenza contro le donne è stata esercitata dagli uomini legittimamente per secoli e non è mai accaduto il contrario. Le donne non hanno mai avuto diritto di vita e di morte sugli uomini della famiglia. Anche dopo che non è più stata permessa dalla legge, la violenza contro le donne ha continuato ad essere scusata e giustificata proprio in virtù del fatto che era stata un diritto maschile (una manciata di esempi? Il codice Rocco, il delitto d’onore, la legge sullo stupro come delitto contro la morale e non contro la persona). Le leggi oggi sanzionano la violenza maschile contro le donne ma la cultura e la società cambiano lentamente e ci sono uomini che si sentono ancora in diritto di essere violenti contro le donne, e si pensa ancora, ce lo dicono le inchieste a sfondo sociologico, che sia colpa delle donne o che i femminicidi siano cose che capitano (a proposito di statistiche, gli uomini sono uccisi soprattutto da estranei, circa 8o% dei casi, e solo  il 10% dei casi vede come autori parenti e solo il 2,2% è commesso da partner o ex).

“Gli errori capitano anche nelle sentenze, non c’è da scandalizzarsi”. Invidio la leggerezza con cui Tinti commenta: “Gli errori capitano”. Siamo il Paese in cui non ci sono mai responsabilità e le cose “capitano”. Le scuole crollano insieme alle dighe e ai ponti sulle strade, si subiscono trapianti con valvole cardiache difettose, gli operai muoiono sul lavoro cadendo dalle impalcature ma sono sempre “cose che capitano“. E’ sempre colpa del destino, del fato, dei raptus, della sfiga? Oppure si dovrebbe capire da cosa deriva l’errore e scandalizzarsi se è grave? Fabio Roia, magistrato del tribunale di Milano, a proposito della sentenza dei giudici di Messina scrive sul Corriere della Sera: “Una sentenza ci ha detto che in una storia di femminicidio almeno un magistrato non ha compreso, per grave trascuratezza, i rischi che la vittima stava correndo e non è intervenuto in modo appropriato. Dobbiamo capire, e quindi spaventarci per quello che non facciamo e avremmo dovuto fare, che da oggi i femminicidi non sono più un evento inevitabile”.

“Lo scandalo vero è la crociata: quando c’è un femminicidio qualcuno deve pagare”. Bruno Tinti dovrebbe scandalizzarsi perché una donna è stata ammazzata dopo aver chiesto aiuto allo Stato invece no, scrive di crociate. Quando si chiede alle istituzioni che rispettino i diritti delle donne, che facciano un buon lavoro di rete con i centri antiviolenza, quando si auspica che ci sia una maggiore formazione degli operatori non si intraprende una crociata ma ci si impegna a migliorare la società e a renderla più civile.

@nadiesdaa

[Qui la replica di Bruno Tinti]