L’11 dicembre 2001 la Cina entrò trionfalmente nel Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. Il 1° gennaio del 2002 le banconote dell’euro entrarono in circolazione. Comincia tutto da qui, è la narrazione del contagio che travolse tutto all’improvviso ponendo fine a quello che sembrava il migliore dei mondi possibili. Il nostro. Tutto è in frantumi e danza (La Nave di Teseo, pp. 179 euro 16) è il libro scritto a quattro mani dallo scrittore Edoardo Nesi (premio Strega con Storia della mia gente nel 2011) e il broker Guido Maria Brera che ha esordito felicemente nella narrativa con I diavoli. La finanza raccontata dalla sua scatola nera (Rizzoli, 2014).

Un testo ambizioso – il titolo è una citazione di Ghost song dei The Doors – in cui si incontrano Nesi, un uomo travolto dalla crisi, un imprenditore del tessile da generazioni e un broker che gestisce fondi ingenti e investe speculando nel mercato azionario, anche allo scoperto. Se la storia dello scrittore pratese è nota dai suoi romanzi, dalla crisi del settore sino alla scomparsa di un mondo artigianale di primo livello – copiato e usurpato in Cina, seguendo proprio le regole della globalizzazione – sono le pagine scritte da Brera che strappano il velo sulla realtà che stiamo vivendo, fatta di tagli, deflazione, spread e debito pubblico.

A fine settembre del 2004 Nesi dovette vendere l’azienda di famiglia e nello stesso periodo Brera faceva fruttare i propri investimenti. Un’altra data storica fu il fallimento di Lehman Brothers e con essa la messa in crisi delle basi del capitalismo, “la protezione della proprietà privata” veniva meno. Di colpo divenne possibile il fallimento di una banca e quando nell’autunno del 2009 Papandreu – primo ministro greco – ammise che il suo Paese era fortemente in crisi, lanciando un sos alla Bce, e improvvisamente il crollo di un intero Paese divenne una concreta possibilità.

E tutti si misero a scommettere che potesse accadere, compreso Brera che qui ammette di aver fatto il proprio lavoro (“viceversa mi avrebbero velocemente rimpiazzato”) perdendo il sonno ma facendo ottimi affari. No, la globalizzazione non era la panacea, anzi, e come sappiamo mancò poco che anche Spagna, Portogallo e Italia venissero travolti. Poi ci fu l’avvento di Monti, Nesi venne eletto in parlamento e Draghi arrestò la crisi dell’euro. E adesso siamo al presente, ai giorni nostri. La vittoria di Trump, scrivono gli autori, è “un gigantesco megafono contro la globalizzazione” e citano una poesia di Yeats, “ogni cosa si sgretola/il centro non può reggere”, predicando la fine dell’anarchia del libero mercato, impedendo che la rabbia delle classi medie possa convergere contro l’immigrazione e i movimenti ultra-conservatori. Ma è già tardi, il tempo corre e noi con lui.

Non ci resta che danzare mentre tutto va in frantumi, ma anziché pregare o consegnare tutto agli algoritmi delle banche che concedono e cancellano le linee di credito, non dovremmo fare in modo che delle eque regole vengano imposte, mettendo le redini anche alla finanza creativa?