Finita l’abbuffata di nove mesi di Serie A, Champions, Liga, Premier e compagnia bella, ci spettano tre mesi di pessimi programmi tv, repliche di film di Jerry Calà ma soprattutto tanto Calciomercato, ovvero il trionfo del condizionale, delle notizie da verificare, delle voci di corridoio, il tutto sapientemente orchestrato da una ormai consolidata figura professionale, l’esperto di trattative.

Non abbiamo le competenze e gli studi per poter parlare di calcio giocato né l’ambizione di farlo, siamo solo due tizi costantemente costretti a subire il sempre meno interessante chiacchiericcio che ruota intorno al pallone e riportiamo le nostre osservazioni. Avete mai avuto la sensazione di sapere già quello che presidenti/allenatori/calciatori stanno per dire prima di un’intervista? Abbiamo individuato alcuni idealtipi, tutti intrisi di falsa modestia e finto rispetto: il presidente della prima in classifica che gioca con l’ultima e non sottovaluta mai l’avversario; l’allenatore che ha vinto 5-0 e che fa comunque i complimenti allo sconfitto; il calciatore che ha fatto 4 gol ma pensa sempre prima al bene della squadra.

E i contenuti di queste interviste? A parte la fastidiosa (e totale) abolizione del periodo ipotetico (“lì se la prende bene, fa gol”), l’abuso di parole fuori contesto come “importante”, “cattiveria”, “intensità”, “far male” o concetti presi in prestito dalla matematica applicata come “dare il 101%”, a che servono le tante ore di interviste pre-durante-post partita nelle quali non non si dice più nulla? Una tecnica che abbiamo notato, ad esempio, è quella di confermare sempre ciò che viene chiesto, soprattutto quando la domanda è più articolata e presuppone un ragionamento al volo; poi c’è il campionario delle affermazioni che funzionano in ogni situazione “pensiamo una partita alla volta”, “fa parte del calcio”, “ci aspettano X finali”, “condannati dagli episodi”, “gioco dove vuole il mister”.

Per non parlare della deriva dei telecronisti e delle inutili seconde voci, che danno alla narrazione di una partita un inconsistente (e fastidioso) tono epico, dove le “sciabolate” sono morbide, i palloni “hanno il contagiri”, i giocatori giocano “in un fazzoletto”, hanno “due piedi” e danno “del tu al pallone”.

Lo stile bar-sport non sembra essere più di moda, anche le reti libere si stanno adeguando, si preferisce produrre ore e ore di nulla ben confezionato per attribuire un’aura di serietà al calcio che resta ancora, e per fortuna, un semplice gioco che vorrebbe divertire e far divertire. Verranno fuori nuovi Pasquale Bruno, Carletto Mazzone, Lazaroni, Boskov, Mondonico, gente che, sapeva bene di far parte di un circo (mediatico), ma, pur di non arrendersi alle solite banalità, non aveva paura di fare qualche errore grammaticale o perdersi nella spiegazione di qualche concetto più ardito? Ma di chi è la colpa di tutto questo? Chi ha contribuito all’attuale azzeramento dei contenuti, al piattume e alla profonda noia del calcio in tv?

Tutti ci siamo divertiti a guardare per anni i loro programmi, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di denunciare le conseguenze del loro operato. Oggi lo facciamo noi, senza paura, con forza, e pubblicamente dichiariamo che è tutta colpa della Gialappa’s Band. I tre nipotini di Stalin, i tre geniacci che negli anni ’90 hanno reinventato la tv, lanciando più della metà dei migliori comici degli ultimi venti anni, insieme ai tanti meriti, hanno la colpa grande di aver imposto un enorme cambiamento al calcio parlato.

La reazione ad anni di “Interviste possibili” è stata che gli addetti ai lavori, per paura di essere presi di mira dai tre, hanno iniziato a rifugiarsi nell’ovvio, a recitare a memoria delle frasi fatte e, orrore finale, a conversare coprendosi la bocca con la mano. Siamo così convinti della nostra denuncia che stiamo già lavorando ad un nuovo post: in che modo “Vai col liscio” ha contribuito all’abuso dei passaggi in orizzontale al compagno più vicino?