Ci sono anche i ministri Marco Minniti e Roberta Pinotti nella lista dei testimoni chiamati in aula da Giulio e Francesca Maria Occhionero, i due fratelli arrestati lo scorso 10 gennaio perché accusati di essersi infilati nella posta elettronica di decine di persone del mondo politico e della finanza. Il ministro dell’Interno e la titolare della Difesa dovranno riferire dal giudice rispettivamente riguardo ai “risvolti relativi alla sicurezza nazionale” e alle “relazioni diplomatiche dell’indagine”.

Ci sono anche loro nell’elenco di 47 persone – tra le quali figurano anche i vertici del Copasir, Giacomo Stucchi e Giuseppe Esposito – presentato dall’avvocato che difende gli Occhionero, in carcere con l’accusa di cyberspionaggio, procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, accesso abusivo a sistema informatico aggravato e intercettazione illecita di comunicazioni informatiche.

Secondo l’accusa, Giulio e Francesca Maria Occhionero, 45 e 49 anni, noti personaggi dell’alta finanza capitolina, avevano tentato di tenere sotto controllo i pc degli ex presidenti del Consiglio Matteo Renzi e Mario Monti e del presidente della Bce Mario Draghi, oltre a nomi altisonanti della finanza. E poi istituzioni, pubbliche amministrazioni, studi professionali, imprenditori di livello nazionale. Le indagini della polizia postale – coordinate dalla procura di Roma – avevano permesso di smantellare una centrale di cyberspionaggio che per anni aveva raccolto notizie riservate e dati sensibili.

L’inchiesta degli investigatori del Cnaipic, il Centro nazionale anticrimine informatico della Polizia postale, hanno accertato che i due fratelli gestivano una rete di computer (botnet) – infettati con un malware chiamato Eyepyramid– che avrebbe loro consentito di acquisire, per anni, notizie riservate e dati sensibili di decine di persone che, a vario titolo, gestiscono la funzione pubblica e delicati interessi, soprattutto nel mondo della Finanza. E i due, sospettano gli inquirenti, erano anche a conoscenza dell’indagine.

Le loro principali attività “in chiaro” riguardavano data privacy e security information, ruotando attorno alla Westlands Securities, una società registrata a Malta nel 1998 che fornisce consulenze finanziarie ad istituzioni bancarie e che – si legge nei loro curriculum – ha poi allargato il proprio business al private equity e al real estate. Gli Occhionero hanno fondato almeno altre tre società,  tra cui la Sire SpA, che si occupa di grandi progetti edilizi e della costruzione di piattaforme logistiche e market place per il commercio elettronico. Si ha traccia di loro progetti attorno al porto di Taranto. Un affare che, sosteneva Occhionero sul suo profilo Linkedin, era “seguito da vicino dall’ambasciata Usa a Roma” e finanziato da “Bear Stearns e la Royal Bank of Scotland“. Ma non se ne fece più nulla. 

Tuttavia, tra le cartelle sequestrate dai poliziotti, c’era una cartella denominata “TABU” che raggruppava diversi account e password legati proprio all’Autorità portuale jonica e, sempre secondo gli investigatori, i due avrebbero “fornito consulenza al governo statunitense in un’operazione commerciale per la costruzione di infrastrutture nel porto di Taranto”.