Il 22 giugno verrà presentato a Londra presso l’Istituto Italiano di Cultura una delle opere saggistiche a fumetti più interessanti degli ultimi anni. Ci riferiamo a Bazar Elettrico (Lavieri, graphic essays), un progetto firmato Action30, un gruppo di ricercatori che studia i fenomeni crescenti di razzismo e neofascismo contemporanei tramite l’analogia con la crisi ideologica  e sociale degli anni ’30.

Il saggio grafico è, appunto, un tributo di riflessione dedicato a tre figure centrali nel dibattito culturale di quegli anni: Georges BatailleAby Warburg Walter Benjamin. I testi, densi di ponderata erudizione, sono a cura di Pierangelo Di Vittorio e Alessandro Manna, i disegni di Giuseppe Palumbo, tra gli autori più colti e versatili (da Frigidaire a Diabolik, passando per la Bonelli) del panorama fumettistico nazionale.

Il libro inizia ripercorrendo la celebre polemica all’interno del Surrealismo tra il “Papà” del movimento, André Breton, e il vulcanico Georges Bataille, che accusava gli avanguardisti di essere schiavi dell’idealismo: “I surrealisti usano materiali bassi e spregevoli – l’inconscio, la sessualità, il linguaggio osceno – ma poi li sublimano trasponendoli in salse ideali”. Interessante è notare come uno degli assiomi sui cui Bataille costruisce il suo castello di argomentazioni anti-idealistiche, una frase di Karl Marx, risuoni come un perfetto precetto alchemico: “Nella storia come nella natura la putredine è il laboratorio della vita”.

Il corpo a corpo di Bataille con l’idealismo continuerà in maniera più proficua e stimolante dopo l’incontro con il filosofo Alexandre Kojève, innovativo interprete del pensiero hegeliano (segnaliamo Piccole ricapitolazioni comiche, antologia di scritti batailliani su Hegel splendidamente curata da Massimo Palma).

La seconda sezione del libro affronta invece la figura straordinaria, poco nota al grande pubblico, di Aby Warburg, “il Giano della Cultura“, un intellettuale che amava definirsi “amburghese di cuore, ebreo di sangue, d’anima fiorentino“. Afflitto da una grave malattia mentale, per questo ricoverato per sei anni in sanatorio, dimostrò la sua guarigione tramite una straordinaria prolusione sul “rituale del serpente” presso gli indiani del Nuovo Messico. Warburg fu grande studioso del Rinascimento italiano e a lui dobbiamo la nozione di pathosformel, la “formula passionale” con cui gli archetipi pagani (Orfeo e la Ninfa su tutti) sono sopravvissuti fino a dominare l’immaginario del Quattrocento e Cinquecento italiani, per poi ritornare in altre forme nelle epoche successive.

Come Holderlin prima e Nietzsche poi, Warburg dedicherà la sua vita al tentativo di affrontare la duplicità tra dionisiaco e apollineo, e come gli illustri precedenti questa cruciale ricerca lo condurrà sull’orlo della follia. Citando Di Vittorio: “Solo in questa divaricazione carica di tensione può aprirsi ancora lo spazio del pensiero e proseguire il periglioso cammino della cultura”

L’ultima parte del libro è dedicata al grande Walter Benjamin, uno dei pensatori più originali e preveggenti del Novecento. Nell’impossibilità di riassumere il suo pensiero in poche righe, rimandiamo il lettore all’approfondimento dei suoi saggi di eccezionale rilevanza su Le affinità ellettive di Goethe, Il dramma barocco tedesco, Kafka, BaudelaireL’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, le Tesi sul concetto di storia, senza dimenticare gli straordinari Passages su Parigi capitale del XIX secolo, ritrovati da Giorgio Agamben nel 1981 nella Biliothèque Nationale di Parigi, tra le carte proprio di Georges Bataille, che le aveva occultate per metterle in salvo.

Un filosofo alla ricerca del quid misterioso dell’arte e della parola, dell’aura, del fondamento mistico all’origine della lingua e del nome. Palumbo, con sintesi drammatica, racconta il tragico, e beffardo, finale della vita di Benjamin. Il filosofo, di origine ebraica, fuggì dalla Parigi occupata dai nazisti verso il confine spagnolo, con l’intenzione di imbarcarsi verso gli Stati Uniti. Il 25 Settembre 1940, giunto a Port Bou, pronto a salpare, Benjamin si vide negare il visto di transito. Preso dal panico, certo di una imminente cattura, il grande pensatore si toglierà la vita la sera stessa. Il visto che gli avrebbe garantito la libertà arrivò il giorno dopo. Pubblicazioni come Bazar Elettrico testimoniano, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come il fumetto possa essere grande cultura.