Il clima sta cambiando, la natura si sta ribellando, le disuguaglianze stanno aumentando e non basta fare un G7 a Bologna o un accordo a Parigi per fermare questo disastro ecologico e sociale. La tecnologia non basterà a salvare il pianeta. Occorre abbandonare un modello di sviluppo basato sulla “crescita infinita”, che mira a far crescere il Pil, sottomettendo la natura, abbattendo i costi ambientali e sociali, facendoci consumare il più possibile. Una ruota per criceti, non per esseri umani.

Non bastano più le vuote promesse di un mondo migliore, non basta schierarsi contro il cattivo Trump per dire che i buoni fermeranno il disastro ambientale, con l’aiuto della tecnologia, senza rinunciare (ovviamente) alle comodità conquistate. In una società dove ci sono almeno 122 telefonini e 62 auto ogni 100 abitanti, dove si producono mezza tonnellata di rifiuti annui a testa, dobbiamo comprendere i nostri eccessi: “accompagnare l’eco-efficienza alla sufficienza” (Wolfang Sachs). Per questo, l’11 giugno a Bologna, contemporaneamente al G7, 100 scienziati italiani e 200 realtà della società civile hanno marciato e protestato, presentando un manifesto per una società ecologica con dieci proposte per un’Italia a zero emissioni e zero veleni.

Per questo Francesco Gesualdi e Gianluca Ferrara hanno recentemente scritto un manuale, La società del BenEssere comune, in cui si legge: “Secondo il rapporto della ong britannica Oxfam, i 62 uomini più ricchi del mondo posseggono un patrimonio equivalente a quello dei 3,6 miliardi più poveri. Oggi ci troviamo a un bivio. Pensare in Occidente di intraprendere una nuova stagione come quella cominciata dopo il secondo conflitto mondiale è utopico. La folle presunzione di poter crescere in maniera infinita in un pianeta dalle risorse finite non è più praticabile”.

Lo stesso “terrorismo” non è altro che una ripercussione di politiche imperialiste finalizzate ad accaparrare sempre nuove risorse. Nel libro si avanzano concrete proposte per realizzare una società del benessere comune: dal reddito minimo di cittadinanza, alle eco-tasse sui prodotti e attività più inquinanti, affinché le esternalità siano incluse nel prezzo del prodotto: carbon tax, distance tax: una sorta di iva differenziata che andrebbe a colpire i prodotti o le attività più futili, inquinanti, creati con energie non rinnovabili o proveniente da lontano. Per combattere l’obsolescenza programmata, i produttori dovrebbero essere obbligati a riprendersi gli scarti da imballaggio (come accade dal 1991 in Germania) e le carcasse dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (detti raee: elettrodomestici, pc e cellulari), oppure si potrebbero incentivare forme di noleggio: dal car sharing alla condivisione di lavatrici.

In una società del benessere comune occorre ridurre l’orario di lavoro, renderlo etico, a servizio dell’ambiente e della comunità: anche i sindacati devono ripensare ai loro obiettivi. Non possono limitarsi a difendere il posto del lavoro senza capire le ripercussioni ambientali e sanitarie di quel lavoro: devono capire che non c’è lavoro in un pianeta morto. Una riduzione dell’orario di lavoro permetterebbe di “liberare” tempo: per il volontariato, per le relazioni familiari e sociali, per l’auto-produzione. Occorre difendere la fiscalità progressiva, e pensare anche ad altre forme di tassazione (sul tempo e non solo sul reddito: si chiede a tutti qualche ora di lavoro socialmente utile). In questo modo, anche i servizi pubblici e la tutela dell’ambiente, ne gioverebbero.

Occorre infine limitare o proibire le pubblicità che incitano al consumismo di prodotti industriali, inquinanti (auto, giochi, merendine), incentivando i circuiti di economia locale che bypassano la grande distribuzione. Una società del bene comune, dove il servizio civile per i giovani sia obbligatorio (per rinsaldare il legame di comunità) e i servizi di base (in particolare scuola e sanità) siano gratuiti, dignitosi e garantiti a tutti, e che proibisca le iniziative private in questi settori. Una società del benessere comune, dove i trasporti pubblici e la mobilità sostenibile siano capillari, efficienti, e assunti a normalità, mentre il ricorso ai mezzi privati sia un’eccezione da limitare il più possibile.

Il libro ci lancia un invito al cambiamento, alla radicalità, alla coerenza, anche nel nostro quotidiano: “La coerenza personale e di gruppo è un contributo importante al cambiamento, perché sottrae consenso al pensiero dominante, limita i danni sociali e ambientali, indica le strade da battere. Ma per esprimere tutte le sue potenzialità, la coerenza deve farsi politica, in un’ottica di cambiamento di sistema”.