Nell’immaginario collettivo dell’ascoltatore e collezionista di dischi, Karl Böhm è un austero signore sulla settantina, molto energico, che dispiega in maniera sapiente il suo gesto parsimonioso con una lunghissima bacchetta, magari tornendo una frase dell’adorato Mozart. Ma il direttore di Graz che era nato nel 1894 e che raggiunse la celebrità, anche discografica, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, durante il suo regno alla Wiener Staatsoper, con leggendarie integrali mozartiane e beethoveniane è stato molto altro. Innanzitutto è stato un quarantenne azzimato che registrava, mentre era direttore a Dresda (dal 1934 al 1942), una buona quantità di dischi, alcuni con brani che non assoceremmo automaticamente al suo nome. Quel quarantenne ci guarda attento dal cofanetto Warner contenente tutte registrazioni che vanno dal 1936 al 1949: da quelle splendide fatte a Dresda degli anni 30 fino a quelle viennesi e londinesi degli anni 40.

Sono 19 cd in tutto, dei quali i primi 13 sono l’integrale delle splendide registrazioni con la Sächsische Staatskapelle. Negli anni del 78 giri, registrare opere lunghe non era proprio una passeggiata, tuttavia Böhm si imbarcò nell’incisione di diverse sinfonie e del terzo atto dei maestri cantori di Norimberga. Innanzitutto è da sottolineare che la qualità delle registrazioni, pur essendo passati 80 anni, rimane davvero notevole, il lavoro della ri-masterizzazione è stato eccellente. Ma scendendo un pochino nel dettaglio: cosa sorprendente per un direttore che è passato alla storia come eminente mozartiano, nessuna sinfonia del Salisburghese, ma solo un paio di concerti e qualche ouverture. Il sancta sanctorum delle incisioni di Dresda rimane la coppia di sinfonie di Bruckner (Quarta e Quinta), la Nona di Beethoven e un gruppo di concerti per pianoforte e orchestra incisi con dei titani della tastiera.

Di Bruckner, Böhm è stato un grande esecutore che però non ci ha lasciato molto. La Quinta qui testimoniata è l’unica in studio della sua discografia ed è esecuzione straordinaria. Il direttore fa  tabula rasa delle esecuzioni su testi ritoccati adottando l’edizione Haas e affrontando la titanica sinfonia con una cura neoclassica dei particolari, si riesce anche ad apprezzare la bellezza del suono dell’orchestra di Dresda, che Wagner definì “acqua d’oro”. La Quarta, solidissima di impianto, sempre stretta nei tempi, non differisce, nella visione, da quella consegnata al disco quasi 30 anni dopo: un Brucker assai asciutto, del tutto alieno dalle orge sonore di tanto “brucknerismo” deteriore, con una netta preferenza per la lettura “verticale” dell’opera in cui ogni dettaglio possa essere udito e ben chiaro, caratteristica costante del direttore di Graz.

Altre perle di questo scrigno sono senz’altro i concerti per pianoforte registrati con Wilhelm Backhaus, Walter Gieseking e Edwin Fischer. Il Secondo di Brahms con Backhaus, punto di riferimento assoluto in discografia, pianista di autentico suono brahmsiano accompagnato da un direttore che sapeva leggere Brahms come pochi altri. La visione, fuori da ogni retorica pompieristica, è comune al pianista e al direttore: una comunione di intenti che è rimasta intatta fino alla magistrale re-incisione dello stesso concerto nel 1967.  Discorso diverso per il concerto di Schumann con Gieseking. L’abbandono che il pianista richiederebbe non trova sponda nel direttore e ne viene un’interpretazione fascinosa ma non del tutto riuscita. Nettamente migliore il Quarto di Beethoven con un Gieseking in stato di grazia e Böhm totalmente complice, fraseggio nobilissimo e, specie nel tempo lento, accompagnamento da lacrime. Di fronte all’imperatore con Edwin Fischer non esiste che un altro paragone possibile: quello dello stesso Fischer con Wilhelm Furtwängler.

Il cofanetto poi è deliziosamente pieno di piccole chicche che ci danno un’idea meno ingessata del grande austriaco basti pensare all’intermezzo di Cavalleria Rusticana, di una ruvida bellezza o addirittura un frammento del vieto Capriccio Italiano di Ciaikovskij. Böhm per troppi anni ha sofferto la nomea che fosse l’ultimo dei ‘kapellmeister’ ovvero l’onesto mestierante senza genio, nulla di più lontano dalla verità, restano queste meravigliose incisioni e tanto altro: il suo bellissimo Wagner, il suo incomparabile Richard Strauss di cui fu amicissimo e il suo inarrivabile Wozzeck a testimoniare che Böhm fu un genio pignolo e un artista sensibile, che con la sua eredità discografica non smetterà di insegnarci qualcosa sul modo rigoroso di fare musica.