Tanto tuonò che piovve! Il presidente Donald Trump è indagato per ostruzione alla giustizia nel Russiagate, l’intreccio dei contatti, prima e dopo il voto, tra suoi consiglieri ed emissari del Cremlino, su cui lavorano il procuratore speciale Robert Mueller III, che Trump ha già avuto voglia di licenziare, come fece con il direttore dell’Fbi James Comey, e le commissioni Intelligence di Camera e Senato – quelle, non può licenziarle.

L’ipotesi d’impeachment continua a scivolare – inesorabile? – sul piano inclinato della politica Usa. Ma la messa sotto accusa del presidente resta lontana: i repubblicani sono ancora incerti su che cosa convenga loro, se difendere il presidente o passare al ‘self-impeachment’ per sbarazzarsene e puntare su Mike Pence; i democratici hanno invece interesse a tenere il fuoco basso, salvo poi alzare la temperatura quando si avvicineranno le elezioni di Midterm del novembre 2018.

Ieri, è stato proprio un compleanno sfortunato, il 71° di Donald Trump, il presidente novellino più avanti negli anni della storia americana. Gli è piombata a casa la moglie Melania: finite le scuole del piccolo Baron, 11 anni, l’ex modella slovena divenuta ‘first lady’ non ha più scuse per starsene a fare la mamma a New York nella Trump Tower, raggiungendo il marito nei week-end in Florida, dove la casa è tanto grande che non necessariamente i due s’incrociano. Poi, c’è stata la sparatoria al campo di baseball, dove un ‘sanderista’ bianco di 66 anni, per di più pacifista, ha sparato contro deputati repubblicani che s’allenavano per una ‘partita del cuore’ contro deputati democratici, ferendo abbastanza casualmente, ma anche abbastanza gravemente, Steve Scalise, della Louisiana, trumpiano di ferro, un fautore del diritto di possedere e portare armi letali. Nel pomeriggio, è venuto il sì del Senato – quasi unanime, 97 a favore, due contrari, un assente – alle nuove sanzioni alla Russia per le interferenze compiute nelle elezioni presidenziali: un cruccio per Donald, che ha sempre sostenuto che le interferenze sono bubbole.

A fine giornata, poi, la ciliegina sulla torta, anzi la candelina: il presidente è indagato per ostruzione nel Russiagate. Apparentemente, Trump non ci perde il sonno, anche se il reato è lo stesso per cui, in fin dei conti, Richard Nixon si dimise per evitare un sicuro impeachment. E il fatto che lo scoop sia proprio del Washington Post, che cita cinque fonti “informate sui fatti” e anonime, non fa che accrescere le similitudini con il Watergate. C’è pure il giallo dei nastri ad accomunare le vicende: Nixon venne beccato a distruggerli; Trump resta sul vago sulla loro esistenza.

Quando la notizia è già pubblica, Donald e Melania vanno a trovare in ospedale Scalise, portando due mazzi di fiori bianchi – perché due poi? – La reazione al Washington Post non arriva con un tweet del presidente, ma dal portavoce del suo legale, Marc Kasowitz, che lo rappresenta nel Russiagate: “La fuga di notizie dell’Fbi riguardanti il presidente è scandalosa, ingiustificabile e illegale”. Cioè, tutto vero, ma non si doveva sapere. In questo, pare che siano andati a scuola da politici italiani.

Kasowitz è un avvocato di successo, che ha fra i suoi clienti oligarchi russi e banche russe – non proprio l’ideale per allontanare dal presidente il sospetto di connivenze con i russi – e anche l’ex capo della campagna presidenziale Paul Manafort – al soldo dei filo-russi ucraini – e il noto molestatore seriale Bill O’Reilly, un amico di Trump.

Adesso, il pallino è nelle mani di Mueller, sempre che resti al suo posto (ma allontanarlo ora parrebbe maldestro): il procuratore sentirà dei responsabili dell’intelligence, ma bisogna vedere se il presidente userà o meno il suo privilegio esecutivo per mantenere segrete le conversazioni  avute con loro – per ora, non l’ha fatto e, del resto, la questione è giuridicamente contestata.

Le commissioni Intelligence di Camera e Senato, che con le audizioni dell’ex capo dell’Fbi Comey e del segretario alla Giustizia Jeff Sessions hanno spinto avanti il Russiagate, non resteranno certo alla finestra. La democrazia americana promette altri momenti spettacolari in diretta televisiva. E Trump farà fatica a inventarsi qualcosa per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica, anche se ci proverà.