E’ stato osservato più volte che il web dà visibilità a opinioni grossolane o eticamente riprovevoli. Umberto Eco aveva, a suo tempo, parlato di opinioni da osteria propagate da “legioni di imbecilli” ed Enrico Mentana di “webeti”. Anche senza trascendere verso l’insulto, è evidente che siamo in presenza di un fenomeno sociologico nuovo, creato dalla rete, che merita un’analisi: mi sembra che si possa parlare di estremismo del web, piuttosto che di stupidità: i social network favoriscono l’espressione di opinioni estreme a discapito di quelle moderate o di compromesso.

Alcuni argomenti si prestano più di altri all’estremizzazione delle posizioni: la questione israelo-palestinese, la legittima difesa e i suoi limiti, l’immigrazione sono alcuni esempi di tematiche la cui discussione degenera facilmente in uno scontro tra opposti estremismi, che non lascia spazio a posizioni intermedie. La rete naturalmente non crea gli argomenti della discussione: quelli c’erano anche prima. La rete permette agli utenti di esprimere pubblicamente il proprio accordo o il proprio dissenso sull’argomento di volta in volta discusso, e crea gruppi virtuali contrapposti di favorevoli e contrari.

Poiché io presumo che partecipino ai social network persone normali e che il web ospiti un campione più o meno rappresentativo della popolazione, non credo che la categoria logica del webetismo sia indovinata. C’è invece un concetto della Psicologia sociale che mi sembra suggerire una spiegazione più plausibile: la polarizzazione del gruppo. E’ stato ripetutamente osservato, anche mediante esperimenti controllati, che i gruppi assumono spesso posizioni più estreme di quelle che ciascuno dei membri assumerebbe se si trovasse da solo. Questo presumibilmente accade perché non solo nel gruppo ci si sente incoraggiati ad esprimere opinioni più forti, ma anche perché ciascun membro del gruppo cerca di assumere posizioni che diano consenso e visibilità, due caratteristiche apparentemente contrastanti, che si possono conciliare solo estremizzando l’opinione media: ciascuno vorrebbe essere un po’ più deciso, un po’ più forte della media. La ricerca da parte di ciascun membro del gruppo di questa posizione “nella direzione della media, ma oltre la media” spinge progressivamente il gruppo verso l’estremismo e rende difficile all’insieme delle persone il mantenere una posizione moderata.

La spiegazione proposta per l’estremismo del web, sebbene in linea con risultati assodati della ricerca scientifica in Psicologia sociale, presenta un aspetto paradossale, che dopo tutto potrebbe costituirne la parte più interessante: il gruppo virtuale è costituito dall’incontro casuale tra perfetti sconosciuti, oltretutto anonimi dietro il proprio nickname, ciascuno isolato a casa sua davanti alla sua tastiera. Ovvero, il computer o lo smartphone, isola dal proprio vicino di casa in carne ed ossa, ma crea un gruppo virtuale che ha le stesse dinamiche, se non dinamiche ancora più forti, del gruppo reale.

Non so se questa riflessione sia già stata riportata da altri, o addirittura testata sperimentalmente; non me ne stupirei perché si basa su dati ben conosciuti. Se il gruppo virtuale esiste e possiede almeno alcune delle caratteristiche del gruppo reale, esso ha anche alcune caratteristiche nuove, e in fondo sgradevoli. Infatti, mentre ciascuno di noi è membro di gruppi reali soltanto quando questi si riuniscono, il gruppo virtuale non è mai fisicamente riunito ma è immaginato come costantemente presente. Ci avviamo a sentirci folla anche quando siamo soli? Nella folla in genere non diamo il meglio di noi stessi.

Se la rete esercita su ciascuno di noi una pressione psicologica, che deriva dal renderci membri di gruppi, costantemente visibili sia ai nostri compagni (quelli che la pensano come noi) che ai nostri avversari (quelli che la pensano diversamente da noi, a loro volta riuniti in un gruppo virtuale antagonistico al nostro), da questa pressione occorre difendersi, prima di tutto prendendone coscienza. Inoltre si deve riconoscere che la rete potrebbe rivelarsi uno strumento inadatto per il confronto politico democratico, che richiede compromessi invece che estremismi.