di Marco Vitiello

La misura introdotta dalla riforma della Buona Scuola, tra l’altro in forma obbligatoria, comincia a produrre i suoi risultati, purtroppo non tutti positivi. Si può azzardare qualche analisi da diversi punti di vista, ma è inevitabile inquadrare questa linea d’azione governativa innanzitutto in un ambito di specializzazione professionale “ponte” tra istruzione e politiche del lavoro: l’orientamento lavorativo.

L’esperienza che può fare uno studente in un contesto lavorativo (stage, tirocinio, ecc.) rientra infatti in quelle forme sperimentazione pratica di concetti appresi teoricamente che, oltre a favorire il consolidamento della parte teorica, favoriscono lo sviluppo di nuove conoscenze e competenze che incrementano la futura spendibilità nel mercato del lavoro (definita occupabilità proprio dalle misure di Orientamento al Lavoro).

Insomma, siamo nel passaggio cruciale tra studio e lavoro ed è qui che possiamo individuare una criticità della misura, non tanto nelle intenzioni, quanto nel coinvolgimento degli attori apicali di questo potenziale incontro tra domanda e offerta. La misura infatti è tutta targata Miur e, come al solito, ci si trova di fronte a uno sbilanciamento delle risorse sul soggetto da “orientare” al lavoro, lo studente o il futuro lavoratore che dir si voglia (le grandi imprese sono infatti poi interessate all’inserimento lavorativo).

Il problema è che nel processo di inserimento lavorativo (che comprende anche l’apprendimento e la socializzazione lavorativa) non è possibile escludere l’altro interlocutore apicale e cioè l’impresa. Ora, in diversi territori, soprattutto al nord, grandi imprese e associazioni imprenditoriali sono state coinvolte (in molti casi si sono proattivamente interessate); anche alcuni assessorati scolastici regionali hanno stanziato fondi per favorire l’incontro tra studenti e imprese, ma anche in questi casi le istituzioni del Lavoro sono rimaste un po’ nell’ombra e sempre nella forma di autonome iniziative locali.

Tra le criticità fondamentali del funzionamento del programma emerge la scarsa partecipazione di imprese disponibili ad accogliere in stage gli studenti. Questo ormai è un problema strutturale del nostro paese e pare non entrare nelle orecchie delle politica, soprattutto in materia di Lavoro. Stiamo parlando del fatto che solo le grandi imprese (25% della forza lavoro in Italia) hanno una strategia di people management, mentre tutto il mondo delle pmi (per lo più microimprese), che assorbe il 75% della popolazione lavorativa, non ha un presidio strutturato delle risorse umane, in particolare dei processi di inserimento lavorativo. Figuriamoci per la gestione di un tirocinio. La misura prevede sì un tutor, ma non c’è un ingaggio “pensato” del mondo imprenditoriale, ne tantomeno l’impiego di una competenza psicologica di supporto all’incontro tra individuo e organizzazioni.

Pare insomma mancare una strategia integrata tra le competenze Miur e Ministero del Lavoro, tale da permettere alle imprese di partecipare all’alternanza con un programma di crescita e di sviluppo e da indirizzare risorse anche sulle pmi, magari con la possibilità di incubare idee innovative di giovani studenti che potrebbero perfino trasformarsi in linee di ripresa economica (dicono sempre che le piccole imprese sono il motore economico del nostro paese!). Questo ingaggio delle pmi permetterebbe, tra l’altro, da un lato una crescita culturale dell’imprenditoria (anche in termini di gestione del capitale umano), dall’altro una maggiore aderenza alla realtà lavorativa da parte del mondo educativo che prepara i futuri lavoratori.

Purtroppo alla fine la misura non sta agevolando questo incontro, scuola e lavoro rimangono mondi che non si parlano, o perlomeno si parlano poco, con una ricaduta negativa sulla misura stessa. Occasione sprecata? O solo una misura da mettere a punto?

* psicologo del lavoro e delle organizzazioni