“Penso che dovremmo cominciare a discutere di porre dei tagli e dei limiti alle pensioni. Dobbiamo smettere di parlare come Democratici e Repubblicani, e parlare come americani”. Quando Peter Florrick (alias Chris North), politico democratico, governatore dell’Illinois, in procinto di candidarsi alla Casa Bianca fa quest’intervista, gli amici si disperano, i giornali lo massacrano. Lui stesso è furibondo, va dalla sua spin doctor, Ruth Eastman (alias Margo Martindale), assunta perché considerata una specie di maga delle elezioni, le chiede ragione. E lei, tono rassicurante, come i suoi boccoli castani da vecchia zia, risponde: “Non si sta svendendo alla stampa, che tanto non la sosterrebbe comunque. Sì, sta dicendo cose controverse, sì sta usando la stessa strategia dei Repubblicani, ma sta salendo”, gli dice, mostrando un sondaggio.

Ecco, questa scena della settima stagione di The Good wife, mi ha fatto pensare. Perché sì, spesso le serie tv si “banalizzano” con il passare degli anni e l’epopea di Alicia Florrick (prima moglie devota, poi avvocato di successo, poi candidata procuratore), interpretata da Juliana Margulies, non è da meno. Ma possibile che basti questo a spiegare questa trasformazione in una specie di guru casalingo dello spin doctor, una figura quasi mitica nella politica americana ed anglosassone, un caposaldo delle campagne elettorali? In questo scampolo di Good wife (2015/2016), lo spin doctor diventa una specie di macchietta, pronto ad elargire consigli abbastanza scontati, tipo l’unità familiare o paradossali (l’intervista di cui sopra). Della serie: “Non c’è nessuno al comizio? No problem, chiamo il giornalista più stupido che conosco in maniera che non lo racconterà”. Oppure: “Abbiamo bisogno di una trasmissione tv che faccia vedere una moglie che cucina”. Altro che le diaboliche macchinazioni di Frank Underwood e relativo staff in House of Cards, che contemplavano rapporti ad alto rischio con giornaliste in carriera, omicidi annessi e connessi, calcoli al millimetro in termini di consenso di ogni mossa pubblica, con tanto di voce fuori campo che li decodificava non senza una soddisfazione evidentemente narcisista.

Non certo un modello politico da seguire o da raccomandare. Però la banalizzazione della figura dello spin doctor in una serie non solo di successo, ma pure consolidata, mi pare un tema. Tanto più in questi giorni. Il capo della campagna elettorale di Theresa May era Jim Messina. Ovvero, uno strapagato consulente, alle spalle i fasti della campagna di Barack Obama, considerato una garanzia soprattutto per l’uso dei “big data”, quei dati sugli elettori talmente minuziosi da indirizzare agli elettori potenziali messaggi sempre più precisi e personalizzati. Ecco, Jim Messina ha collezionato una serie di sconfitte pesanti negli ultimi mesi: Mariano Rajoy in Spagna, la Brexit, il referendum costituzionale in Italia (non da solo, ma è stato lui ad impostare la strategia) e Hillary Clinton. Tutta colpa sua? Ovviamente (e fortunatamente) no. Ma un tale declino fa riflettere sulla figura stessa dello spin doctor.

Donald Trump, per dire, è andato avanti a colpi di comunicazione politicamente scorretta e razionalmente insostenibile. La campagna del No di spin doctor ne aveva troppi o troppo pochi (a seconda dei punti di vista) e di certo non esattamente coordinati. E via di questo passo. Cose disomogenee, che forse non è neanche il caso di mettere insieme. Ma tra rabbia sociale, stanchezza della politica tradizionale, campo mediatico che si allarga a dismisura, sondaggi da prendere con le molle, una domanda sorge spontanea: che stia finendo pure l’epoca dello spin?