Sono le 5.52 a Londra e diventa ufficiale ciò che era stato preannunciato all’inizio di una lunga nottata elettorale e ciò che alcuni tra i Conservatori avevano probabilmente già cominciato a temere negli ultimi giorni: dopo David Cameron, anche Theresa May compie un suicidio politico a regola d’arte perdendo la scommessa delle elezioni anticipate. Solo mezz’ora prima, il mitico professor John Curtice della University of Strathclyde, l’uomo dietro i primissimi exit poll pubblicati immediatamente dopo la chiusura delle urne, aveva annunciato l’impossibilità per i Conservatori di arrivare alla magica quota 326, il numero di seggi necessari per raggiungere la maggioranza assoluta. Gli exit poll, questa volta, sono stati quasi accuratissimi e con un margine d’errore minimo, come anche il modello di election tracker sviluppato da YouGov che ci ha raccontato la scalata di Corbyn verso un’impresa che, solo qualche settimana fa, sembrava impossibile.

Tantissimi i punti chiave di queste elezioni: lo Scottish National Party (Snp) che si sgonfia clamorosamente a nord, dopo l’exploit – rimasto tale, a quanto pare – di +50 seggi ottenuti alle politiche del 2015; sei ministri conservatori che non vengono rieletti nelle loro circoscrizioni, dando inizio a un forzato rinnovamento della leadership Tory; l’Ukip di Paul Nuttall, succeduto a Nigel Farage dopo la sua parziale uscita di scena, che perde un’infinità di voti in favore sia dei conservatori che dei laburisti; una forte polarizzazione del voto in direzione di un sistema che torna ad essere quasi puramente bipartitico, con le preferenze a convergere in massa verso blu e rossi. Ci sarà tanto di cui parlare nei prossimi giorni, in particolar modo con delle considerazioni sulla composizione del voto. Per adesso, però, una cosa è certa: il vincitore assoluto di questa elezione anticipata è Jeremy Corbyn, e non c’è modo di negarlo.

Prima di parlare di Corbyn, passiamo in rassegna la caduta degli altri grandi. Theresa May subisce una cocente sconfitta e realizza qualcosa di impensabile: far volatilizzare un vantaggio di 21 punti percentuali nei sondaggi sul Labour Party nel giro di un mese e mezzo. Sognava di essere la nuova lady di ferro, ha finito per prendere una delle più sonore batoste elettorali degli ultimi anni (pur restando il primo partito, teniamolo a mente). Theresa come Hillary? Avevano lo stesso campaign manager, il leggendario Jim Messina, che molto probabilmente a questo punto farebbe meglio a cambiare mestiere. Lo diciamo così, sottovoce e con umiltà, ma se nel giro di un anno fai perdere il referendum sulla Brexit a David Cameron, contribuisci alla sconfitta di Hillary Clinton, fallisci nel risollevare le sorti del Sì al referendum costituzionale italiano e affossi la May in un’elezione che aveva praticamente già in tasca, forse il ritiro a vita privata su un’isola caraibica potrebbe non essere un’idea così peregrina.

La seconda grande sconfitta è Nicola Sturgeon con il Partito Nazionale Scozzese. 56 seggi due anni fa, solo 35 oggi. Una flessione del genere sarebbe quasi comprensibile se la maggior parte di queste perdite fossero andate in favore dei Labour, ma non è così: sono i Conservatori a fare incetta di seggi in Scozia, mentre Labour e Liberaldemocratici partecipano al banchetto con quote più basse. Senza dubbio c’è da riconoscere che Ruth Davidson, leader dei Conservatori oltre il vallo d’Adriano, abbia svolto un gran lavoro per resuscitare i Tories in collegi dove sono stati dati per dispersi per anni; tuttavia, il risultato di questa notte ridimensiona considerevolmente le aspirazioni indipendentiste dei nazionalisti scozzesi: chi avrebbe dovuto supportarli ha deciso di voltargli le spalle, e questi risultati pongono serie questioni di legittimità sul progetto di un secondo referendum già annunciato da Nicola Sturgeon – in una recente seduta del parlamento scozzese che, a questo punto, diventa paradossalmente meno rappresentativo della distribuzione del voto della popolazione in maniera decisiva rispetto a solamente qualche mese fa.

Bastano due immagini, invece, per capire come si siano svegliati questa mattina i liberaldemocratici: Nick Clegg, ex vice-primo ministro sotto David Cameron ed ex leader del partito, perde il suo seggio di Sheffield Hallam e pronuncia il discorso della sconfitta con un’espressione a dir poco sconsolata.

Tim Farron, attuale leader dei LibDem, riesce a tenersi stretta la riconferma con una vittoria a dir poco risicata e, in generale, fallisce nell’aggredire il voto dei Remainers con la retorica liberale pro-EU della sua campagna.

Chi fa incetta di voti praticamente ovunque, anche se c’è da aspettarsi un dato in controtendenza sull’elettorato over 50, è Jeremy Corbyn. A metà aprile, secondo gli opinion polls, aveva toccato un minimo quasi storico di preferenze nelle intenzioni di voto; l’8 giugno, dopo una campagna condotta tra la gente splendidamente e con decisamente pochi passi falsi, consegna al Labour Party trenta insperati seggi in più rispetto a due anni fa. Deputati a lui ostili hanno provato ad ostacolarlo dall’interno, criticando le sue proposte e mettendo in discussione la sua leadership: nel settembre 2016, vince con percentuali convincenti le primarie del Labour Party e si pone alla guida del partito forte della legittimazione ricevuta dai suoi iscritti. Conduce una campagna in cui la sinistra torna a parlare da sinistra, provando a ricucire una frattura interna allo schieramento che ha diviso mortalmente l’elettorato su questioni come immigrazione e politiche del lavoro. Corbyn mette in atto il suo tentativo parlando di welfare, riportando a sinistra il baricentro politico dei Labour e cercando di far leva sul voto dei giovani e di una classe media e operaia che il New Labour di Blair era progressivamente riuscito ad alienare. Parla di nazionalizzazioni, politiche per la famiglia, investimenti nella sanità pubblica, sicurezza, riforme dei contratti di lavoro e politiche fiscali redistributive. Questa mattina abbiamo visto un risultato che nessuno si sarebbe aspettato poco più di due mesi fa, e i Conservatori non ottengono la maggioranza assoluta.

Ora Theresa May, qualora dovesse riuscire a sopravvivere alla graticola Tory (nonostante voci interne al partito parlino già di uno schieramento diviso tra chi vorrebbe che si mettesse da parte e chi preferirebbe evitare psicodrammi in questo momento), per avere una maggioranza vera dovrà necessariamente cercare l’appoggio degli Unionisti nordirlandesi – non un’ipotesi così lontana dalla realtà, ma quasi unicamente per il fatto che condividono posizioni simili in fatto di Brexit. Con le sonore sconfitte di questa notte per Sturgeon, May, Farron e Ukip, però, la situazione diventa più chiara e la prima e sacrosanta conclusione che possiamo trarre è che Jeremy Corbyn è, al momento, l’unico leader in Gran Bretagna a godere di una sicura e affidabile legittimazione popolare. Le sedie scricchiolano per tutti gli altri, e non poco.