Donald Trump ha mentito. Il presidente degli Stati Uniti voleva far cadere l’indagine su Michael Flynn. La Russia ha interferito nelle elezioni americane dello scorso novembre. E’ un pesantissimo j’accuse quello che James Comey, ex direttore dell’Fbi, ha pronunciato dinanzi alla commissione intelligence del Senato sul Russiagate.

La prima delle due principali accuse rivolte contro il presidente degli Stati Uniti, Comey la pronuncia in avvio di audizione: il capo della polizia federale era stato licenziato da Trump il 9 maggio, con il Federal Bureau of Investigation impegnato nelle indagini sui rapporti intrattenuti da membri dell’amministrazione e funzionari del Cremlino: “Nonostante la legge non richiedesse alcuna ragione per licenziare il direttore dell’Fbi – ha ricordato l’ex direttore del Bureau all’inizio della sua testimonianza – l’amministrazione allora ha scelto di diffamare me e, cosa più importante, l’Fbi, dicendo che l’organizzazione era nel caos, che il personale aveva perso fiducia nel suo leader. Queste erano bugie, pure e semplici bugie”.

La seconda accusa arriva poco dopo, quando Comey circostanzia e spiega i contenuti dei colloqui avuti con il presidente fatti trapelare nelle ultime settimane: l’ex direttore dell’Fbi ha accusato Trump di avergli chiesto di “far cadere l’indagine” su Michael Flynn, il Consigliere per la sicurezza nazionale dimessosi per aver negato, mentendo, dinanzi al vicepresidente Miki Pence di aver intrattenuto rapporti con funzionari russi durante la campagna elettorale: “Spero che tu possa trovare il modo di lasciar andare Flynn – avrebbe detto Trump al direttore dell’Fbi secondo la testimonianza scritta presentata alla Commissione e resa nota mercoledì – è un brav’uomo. Spero che tu possa lasciar cadere l’indagine.

Alla domanda se Donald Trump o qualche esponente dell’amministrazione abbia chiesto di fermare l’inchiesta del Bureau sulle interferenze russe nelle elezioni Usa, Comey ha risposto con un “no“. Per poi argomentare: “Ho preso le parole di Donald Trump come un’indicazione di quello che voleva che io facessi”. “Non le ha ordinato di interrompere l’indagine, vero? Ha usato la parola ‘spero’, lei conosce qualcuno che è stato condannato per aver detto che sperava qualcosa?”, lo ha incalzato il senatore repubblicano che conduceva l’audizione. “La ragione per cui continuo a ripetere le sue parole è perché le ho prese come una direzione, questo era il presidente degli Stati Uniti, l’ho presa come un’indicazione”, ha replicato l’ex direttore dell’Fbi. Ma “non penso che stia a me dire se la conversazione che ho avuto con il presidente sia stato un tentativo di ostruzione” della giustizia, ha specificato Comey, ma “l’ho presa come una cosa molto allarmante e preoccupante”. L’ostruzione della giustizia è una delle accuse in base alle quali gli esperti ritengono che potrebbe scattare l’impeachment.

Comey ha spiegato di avere fatto filtrare sulla stampa, precisamente sul New York Times, i suoi appunti delle conversazioni con il presidente Trump dopo che su Twitter lo stesso Trump aveva minacciato la pubblicazione di ipotetici “nastri“. Comey ha raccontato che, dopo la pubblicazione di quei tweet, si è svegliato nel cuore della notte: “Ho chiesto a un amico di condividere i contenuti del memo con un giornalista. Non li ho condivisi io stesso per una serie di ragioni”, ha raccontato, precisando che l’amico di cui parlava è un professore di diritto alla Columbia University, Daniel Richman. “Ho visto il tweet sulle registrazioni, Dio se spero che ci siano quei nastri”, ha detto quindi Comey. Perché non ha subito fatto presente al presidente che riteneva le sue richieste inopportune? “Ero così sconvolto da quella conversazione, che continuano a ripeterla nella mia mente, mi ricordo che dissi che ero d’accordo sul fatto che lui fosse una brava persona – ha detto riferendosi a Flynn – e poi ho detto ‘non sono d’accordo con quello che mi chiede di fare“‘.

Altro punto centrale dell’audizione: la presunta interferenza della Russia nelle presidenziali di novembre. La Russia ha “senza dubbio” interferito nelle elezioni presidenziali del 2016, ha detto Comey, dicendosi però “sicuro” che nessun voto espresso nelle elezioni sia stato alterato a causa di queste interferenze. “C’è stato uno sforzo massiccio da parte di Mosca di colpire le elezioni presidenziali americane – ha argomentato – e l’Fbi seppe dei tentativi di hackeraggio da parte dei russi alla fine del 2015“. “Ad essere colpiti – ha spiegato l’ex numero uno dell’Fbi – centinaia di obiettivi, di entità nel tentativo di compromettere il processo elettorale”. “L’amministrazione Obama cercò quindi di fare di tutto per contrastare questi cyberattacchi”. In futuro Mosca “cercherà di interferire ancora nelle elezioni americane”.

Nella sua audizione Comey ha anche sostenuto che era a conoscenza di “una serie di motivi” per i quali il coinvolgimento del ministro della giustizia Jeff Sessions sarebbe stato problematico nell’inchiesta sul Russiagate, prima che annunciasse di astenersi. Motivi, ha aggiunto, che “non posso discutere in una udienza pubblica”.