Descrivere la discussione sulle riforme elettorali, come ilfattoquotidiano.it fa con dovizia di particolari e sprezzo del pericolo fin dalla nascita dell’Italicum, a prima vista dovrebbe spingere chi legge alla lotta armata. Innanzitutto per la noia mortale. Poi per l’orrore di un linguaggio incomprensibile e di ragionamenti cervellotici che forse solo in certe aule di ricercatori matematici (i matematici sono autorizzati a querelare). Infine l’obiezione di buon senso: ma come, i disoccupati, le mafie, i poveri, i migranti, la corruzione, e questi pensano alla soglia di sbarramento, ai collegi uninominali, alle pluricandidature e alle altre cose che non capisce nessuno?

La risposta però è quella che tutti conoscono: in una democrazia che si dice sana la regole del gioco sono la prima cosa. Chiare, trasparenti, efficaci per il funzionamento dello Stato, utili a far esprimere l’elettore nel modo più ampio e libero possibile e, possibilmente, regole condivise.

La legge elettorale che entro venerdì sarà approvata alla Camera, di tutte queste cose, è solo condivisa. Non è chiara perché è la più complicata della storia della Repubblica. Non è trasparente perché, sì, ci sono i nomi sulla scheda ma le liste sono tutte bloccate (altro che capilista). Difficilmente farà funzionare bene il Parlamento perché per avere una maggioranza bisognerà chiedere la clemenza di diverse divinità. E infine di sicuro non farà esprimere l’elettore in modo libero, ampio e consapevole perché – non essendoci il voto disgiunto – facendo un solo segno si dovrà beccare tutta una paccottiglia di roba: il partito, il candidato uninominale, i candidati dei listini bloccati.

Come hanno raccontato le cronache politiche delle ultime settimane la legge elettorale che entro venerdì sarà approvata dalla Camera è frutto dell’accordo tra i tre gruppi più grandi rappresentati in Parlamento, cioè Pd, Movimento Cinque Stelle e Forza Italia, che mettono insieme 490 parlamentari e che – secondo tutte le analisi – raccolgono quasi l’80 per cento dei voti. E’ una legge che pacifica, dice solenne Emanuele Fiano del Pd. E’ una legge costituzionale, dice euforico Danilo Toninelli dei Cinquestelle. E’ un grande accordo istituzionale, dice incredulo Renato Brunetta di Forza Italia.

L’entusiasmo seguito alla correzione con alcuni emendamenti concordati dai tre Grandi è identico a quello delle feste di Capodanno: immotivato. Vendono l’eliminazione delle pluricandidature come fosse la presa del Palazzo d’Inverno, mentre – dopo gli assalti all’arma bianca su Porcellum e Italicum – dovrebbe essere la lesson number one, il minimo sindacale. Dicono che i capilista bloccati non ci sono più ed è una bugia grande così: i listini sono tutti bloccati, quindi per forza di cose anche i capilista.

Per dare la corsia preferenziale ai candidati dei collegi uninominali (visto che avevano scritto male anche questa), li hanno dovuti tagliare a 225 alla Camera e 112 al Senato: questo significa che, automaticamente, hanno aumentato i seggi assegnati con i listini proporzionali, appunto quelli bloccati, fino a quasi 400 alla Camera e poco meno di 190 al Senato. In tutto fa quasi 590. Una volta il M5s li chiamava “nominati, ora Luigi Di Maio dice che è una parola che usano i giornalisti. Una volta quelli del Pd twittavano #maipiùnominati, ora dicono che nel sistema tedesco nominati non ce ne sono. Anzi, appunto: tutti parlano di tedesco senza arrossire visto che con questa riforma il sistema tedesco non c’entra niente, a parte il solo merito di fare fuori chi ha meno del 5 per cento.

Perché una legge semi-berlusconiana piaccia al Pd e ai Cinquestelle non è riuscito a spiegarlo per bene nessuno, a parte le frasette fatte e a effetto a beneficio dei microfoni e dei rispettivi fan. L’impressione più realistica è che il “Grande Accordo Pacificatore e Costituzionale” sia solo un mucchietto di convenienze del primo, del secondo e del terzo partito. Un accrocchio di regole dal quale ciascuno dei tre Grandi del Parlamento ha da guadagnarci qualcosa (e non è la faccia).

E’ un sistema con cui i partiti si chiudono nel proprio fortino, privi del coraggio di dare al Paese – dopo l’agonia della porcata di Calderoli – una legge elettorale. Non ci hanno nemmeno provato. Hanno accelerato dopo 6 mesi di perdite di tempo solo per il gusto di andare alle elezioni il prima possibile. Apparentemente un suicidio perché nessuno dei tre può governare da solo.

Ma a nessuno di loro interessa: questo sistema elettorale serve a congelare il proprio bacino di consenso. E’ un’operazione di conservazione e di autoalimentazione. E’ un sistema che pensa a fotografare l’esistente, a cristallizzare il presente il più a lungo possibile. Non un sistema buono per dare forza al Parlamento e ai governi che deve sostenere. Viene da dire, con un vocabolario già diventato logoro, che è una legge elettorale a difesa dello status quo, dell’establishment. Viene da chiedersi se è questa la conclusione degna della rivoluzione liberale promessa dalla destra, della rottamazione promessa dal nuovo corso della sinistra, della democrazia del futuro di chi voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Cioè la retromarcia verso la Prima Repubblica.