Licenziamenti mirati, arresti e torture. Non è stata facile sino a oggi la vita per l’opposizione in Bielorussia. Troppo forte il potere del presidente-padrone Aleksandr Lukashenko, contro cui sono scese in piazza poche settimane fa ben diecimila persone. Ma qualcosa sta cambiando, anche perché alla guida del movimento civile bielorusso “Govori pravdu” (di’ la verità) ecco un giovane leader che, lasciando per un attimo in secondo piano ideologie e retorica, si sta concentrando sui paper e sui temi concreti.

Ha 36 anni e si chiama Andrej Dmitriev è da poco è al vertice di “Govori pravdu”. Nato a Minsk nel maggio 1981, recentemente ha intensificato le azioni contro il regime personalistico di Lukašenko; Dmitriev intende introdurre nel paese principi democratici. L’opposizione democratica in Bielorussia è reduce da una lunga fase di scontri e repressione. Fino a un lustro fa il governo non aveva un dialogo con le opposizioni. Nel dicembre del 2010, quando l’opposizione è scesa in piazza per contestare i risultati delle elezioni presidenziali, il governo ha reagito con arresti e licenziamenti di massa.

“Oggi la situazione è leggermente migliorata – osserva Dmitriev – perché la Bielorussia è aperta al dialogo con l’Ue”. Formatosi allo Egu (l’Università umanitaria europea di Minsk), è fondatore della Sympa (Scuola dei giovani dirigenti dell’amministrazione statale). Nel 2001 si è iscritto al Partito civile unificato (Ob’edinënnaja graždanskaja partija, Ogp) fino a diventarne segretario internazionale. Grazie a un’intensa esperienza in numerose campagne elettorali in Bielorussia, Russia e Ucraina, in occasione delle elezioni presidenziali del 2010 e del 2015, Dmitriev è stato capo dello stato maggiore elettorale, rispettivamente di Vladimir Nekljaev e Tatjana Korotkevič.

Poche settimane fa almeno diecimila persone sono scese in piazza contro la cosiddetta Legge sui parassiti, un provvedimento con cui il governo obbliga 400mila cittadini che hanno lavorato meno di 6 mesi l’anno, perché lo hanno perso, a versare un contributo di 250 dollari, quasi lo stipendio di un mese. Minsk è diventata teatro di scontri e repressione. Secondo Dmitriev oggi nel Paese servirebbe più libertà di andare in piazza a protestare, perché “esprimere la propria idea sulle scelte del governo per i cittadini rappresenta la base democratica su cui costruire una società in un processo pacifico”. E racconta che il governo ancora non ha ancora capito il ruolo del dialogo, e quindi preferisce la reazione come le perquisizioni “sulla base delle liste” nei confronti di chi si è esposto a favore dell’opposizione.

Le proteste russe sono evidenti – aggiunge – i nostri governi possono procrastinare le cose, ma non potranno far finta di nulla e la reazione prima o poi ci sarà. I nostri paesi hanno gli stessi metodi come la ricognizione del viso durante le manifestazioni usando le telecamere, stanno monitorando i social, le conversazioni telefoniche. Lo spazio della privacy è molto limitato ed è facile per lo Stato interferire in questo perimetro e non lo rispetta”. Dmitriev pone l’accento su un punto: certamente contano i diritti umani e la democrazia, ma non bastano. Ora serve ragionare anche su sicurezza, istruzione, formazione, assistenza sanitaria, riforma dell’acqua e per ottenere più posti di lavoro che al momento non ci sono. Per questo pensa che per la Bielorussia adesso sia il momento migliore per rompere il ghiaccio, rispetto alle difficoltà di cinque anni fa, e produrre un’evoluzione democratica. Ovvero passare dalla fase della rivoluzione di piazza alla costruzione di paper che portino a riforme serie nel settore economico, produttivo, del welfare e della sanità.

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