Era stato fermato quattro giorni fa perché sospettato di essere autore del rogo del camper in cui  il 10 maggio scorso morirono tre sorelle rom. Dopo l’interrogatorio di ieri il gip di Torino, Alessandra Daniele, ha convalidato il fermo ma non ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare per Serif Seferovic per “mancanza dei gravi indizi di colpevolezza” che giustifichino la detenzione in carcere come invece aveva chiesto la procura di Roma. Secondo il giudice esistevano al momento del fermo “indizi di reità” e anche “elementi indicativi della sussistenza del concreto pericolo di fuga”, perché l’indagato e alcuni familiari dopo il rogo sono andati in Bosnia, ma l’esame delle indagini “allo stato non consente di ritenere acquisiti sufficienti indizi al di là di ogni ragionevole dubbio in ordine all’individuazione in Serif Seferovic dell’autore materiale delle condotte di reato di cui all’imputazione provvisoria”.

Seferovic era stato fermato il primo giugno scorso a Torino in una operazione congiunta degli uomini della squadra Mobile del capoluogo piemontese e di Roma. Il giovane, difeso dall’avvocato Gianluca Nicolini, nel corso della convalida del fermo si è difeso affermando che quella notte non si trovava in zona Centocelle ma era con l’intera famiglia in una area di parcheggio a Prati Fiscali, periferia est della Capitale. Dal luogo del rogo al parcheggio gli investigatori hanno calcolato che essendo pochi chilometri sarebbero bastati 5 minuti per arrivare da un punto all’altro e il furgone di proprietà dell’indagato è stato immortalato nelle immagini di alcune telecamere. Per il giudice quindi “è possibile affermare, a livello gravemente indiziario, che gli autori del delitto siano arrivati sul luogo dell’incendio a bordo del furgone Fiat Ducato di colore bianco di proprietà di Renato Seferovic (fratello dell’indagato, ndr) e che, dunque, il delitto sia attribuibile a soggetti appartenenti alla cerchia della famiglia dell’indagato”, ma ritiene il magistrato che non sia possibile sostenere che l’autore materiale sia identificabile proprio in Serif. Non basta, secondo il gip, “una generica compatibilità rispetto a caratteristiche fisiche assolutamente non specifiche (altezza intorno a 1,85 e corporatura snella)”.

“Quella notte non ero lì, ero lontano assieme alla mia famiglia” aveva detto il giovane chiedendo di far acquisire le immagini a circuito chiuso della zona affermando, inoltre, che in quelle ore alcuni agenti delle forze dell’ordine erano intervenuti per controllare proprio l’area dove si trovava la sua famiglia di origine serba. Domani il giovane dovrebbe essere comunque sottoposto a un accertamento tecnico irripetibile per accertare se sono sue le impronte digitali trovate sulla bottiglia molotov usata per il triplice omicidio. Il ragazzo era stato identificato anche sulla base di un’analisi antropometrica delle immagini delle telecamere di sorveglianza del parcheggio, in cui compare un uomo con la sua fisionomia, secondo gli inquirenti. Compatibilità ritenuta insufficiente dal giudice.

Il padre delle tre sorelle Rom, Romano Halilovic, ha raccontato a un quotidiano che i Seferovic avevano già tentato di bruciare il camper in un’altra occasione con due bottiglie incendiarie, ma in quel caso era riuscito a spegnere l’incendio in tempo. Secondo l’uomo, Rom di origine bosniaca da oltre 20 anni in Italia, i rivali volevano morti lui con la moglie e gli undici figli perché aveva contribuito a far identificare Serif come autore dello scippo alla giovane cinese poi morta sotto un treno a dicembre. Secondo la squadra Mobile, però, tra i due gruppi ci sarebbero stati anche contrasti per affari poco leciti, tra cui l’affitto dei camper nei campi nomadi, in particolare quello di via Salviati. Ma dopo la decisione del gip di oggi la storia di chi, come e perché ha lanciato la bottiglia incendiaria contro il camper dovrà essere almeno parzialmente riscritta.