Il tanto atteso modello di architettura penitenziaria per il nuovo carcere di Nola, che dovrebbe orientare le future progettazioni dei sistemi penitenziari italiani, presentato dagli Stati Generali dell’esecuzione della Pena indetti dal Ministro della Giustizia, non solo manca del requisito dell’innovatività esplicitamente richiesto dal bando – ma riporta indietro il nostro Paese di almeno un paio di secoli.

Dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo, pronunciata l’8 gennaio 2013, che condannava il sistema penitenziario italiano per trattamento inumano, sarebbe stato auspicabile che il progetto per il nuovo Istituto Penitenziario di Nola riscattasse il nostro Paese dall’umiliante pronuncia; auspicio che è stato purtroppo disatteso. Non ci aspettavamo di vedere emulato il celebrato modello di carcere norvegese di Halden ad Oslo per 252 detenuti, progettato dagli architetti Erik Møller Architects, il cui sistema detentivo (e di conseguenza l’architettura ad esso finalizzata) è centrato sul rispetto e i diritti umani; ma neppure le settecentesche e labirintiche “Carceri d’invenzione” di Piranesi.

Il modello distributivo e funzionale del sistema penitenziario di Nola, con la sequenza ripetitiva delle corti chiuse, che dovrebbe accogliere 1.200 detenuti “a trattamento avanzato” (ma prevedibilmente raddoppieranno, contro la tendenza attuale che vuole piccoli sistemi di detenzione) parla il linguaggio sbrigativo e superficiale dell’edilizia, non certo quello dell’Architettura, che supera i criteri della mera “funzionalità e dello “standard”. Della ricerca innovativa degli spazi per i nuovi sistemi di detenzione e rieducazione non c’è traccia; esso ricorda piuttosto, con le torri dalle quali si dipartono i “bracci” , gli schemi ottocenteschi della Prison de la Santé a Parigi, costruita nel 1867 per accogliere 1.400 detenuti, o “Le Nuove” di Torino, inaugurato nel 1870 sotto il regno di Vittorio Emanuele II.

I progettisti dell’ufficio tecnico del D.A.P. del Ministero della Giustizia tengono a precisare che per l’elaborazione dello schema – unico modello di riferimento vincolante e invariabile (!) per coloro che si aggiudicheranno la gara per la realizzazione del carcere di Nola – hanno tenuto conto degli indirizzi emersi dal Tavolo n.1 – Architettura e Carcere – degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, composto da esperti e coordinato dall’architetto Luca Zevi.

Se l’espressione di un anno di consultazioni che ha coinvolto oltre 200 esperti del sistema penitenziario a ben 18 tavoli di lavoro, sollevando numerose polemiche e prese di distanza, persino tra gli stessi partecipanti, è una proposta così modesta, qualcosa però non ha funzionato.

L’esperto architetto Burdese, in un recente intervento pubblico, definisce il preliminare, senza mezzi termini, un lager, contrario ai valori dichiarati nel bando che richiamano invece al rispetto per la persona del detenuto”. L’associazione Antigone e la Fondazione Michelucci, in prima linea per i diritti e le garanzie nel sistema penale, contestano i numeri della prevista popolazione detenuta e lamentano la genericità degli spazi destinati alle attività lavorative e l’assenza del necessario scambio con le attività del territorio. Il prof. Ruggero Lenci, architetto, avverte che un penitenziario basato su uno schema progettuale non condiviso, chiuso e introverso, oltre ad essere fallimentare in partenza, potrebbe arrecare un danno d’immagine all’Italia.

Eppure non era difficile prevedere che, sottraendo l’elaborazione del modello sperimentale al confronto necessario del Concorso di Progettazione, i risultati sarebbero stati deludenti. La modalità seguita per arrivare alla presentazione di un unico schema di riferimento, che contraddice con le immagini ogni buon proposito contenuto nel bando di gara, è frutto di una teoricità verbosa e autoreferenziale fallimentare.

L’Amministrazione Penitenziaria, insomma, ha privilegiato con colpevole approssimazione una gara basata sull’aggiudicazione di un’offerta tecnica ed economica al ribasso, sbagliando. Costo presunto dell’opera complessiva, 120 milioni di euro: un’altra occasione mancata di ricerca e di crescita per la società italiana, con il prevedibile e immancabile spreco di denaro pubblico.