“La mia convinzione in politica è ‘un culo, una carega’”. Luca Zaia, tirato per la giacchetta dopo la foto con un giocatore di calcio di colore che gli è costata un bel po’ di insulti sul web, esce allo scoperto. Per rassicurare che non c’è nessuna svolta sul tema degli extracomunitari, non ha velleità di fare il leader del centrodestra, né tantomeno di distinguersi da Matteo Salvini, segretario sempreverde della Lega Nord. “Ognuno deve fare una cosa per volta. E farla bene. Ovvero, sedersi su una sedia (la carega, ndr) alla volta. Sono contro la bulimia degli incarichi”.

Eppure l’istantanea con Isaac Donkor, giocatore dell’Inter in prestito al Cesena, non poteva passare inosservata. E Zaia, che l’ha postata sul suo sito, non poteva non saperlo. Anche se a ilfattoquotidiano.it dichiara: “Ho solo fatto una foto con un ragazzo che vive in Italia da tanti anni e parla veneto. Io sono da sempre contrario allo ius soli e continuo ad esserlo. Perché penso che la cittadinanza bisogna meritarsela e che non sia sufficiente neppure vivere in un paese per ottenerla automaticamente”. In parole povere? “Non può diventare un fatto d’ufficio, dopo 10 anni di residenza in Italia. Anche perché la diamo a cittadini stranieri a cui i Paesi stranieri tolgono la loro quando ricevono quella italiana”. Però non si dice contrario alla cittadinanza provvisoria. “Ma solo a chi è integrato e lavora. Se vogliamo io sono oltre lo ius soli”.

“Io sono da sempre contrario allo ius soli e continuo ad esserlo. Perché penso che la cittadinanza bisogna meritarsela”

Bastano queste parole per sostenere che nella Lega sono in corso mutazioni ideologiche, magari per strizzare l’occhiolino ai tanti stranieri che voteranno alla prossime amministrative? Zaia nega e spergiura che non è così e che non è iniziata la partita per una nuova leadership. “Io sono troppo concentrato sul Veneto e sul referendum per l’autonomia che si terrà il 22 ottobre. Salvini è il mio segretario, l’ho appoggiato al Congresso. Io sono un uomo di squadra e la mia squadra è la Lega”.

Niente di nuovo sotto il cielo padano, verrebbe da dire. Anche perché Zaia sa che chi esce dalla linea – è sempre stato così – rischia l’isolamento e non va da nessuna parte. “Luca è un leghista furbo” ha detto di lui Flavio Tosi, l’ex segretario espulso, nonché attuale sindaco uscente di Verona. Può dire di conoscere molto bene il suo ex amico-nemico che gli soffiò sul filo di lana la candidatura a governatore del Veneto. E quel connubio leghista-furbo è un binomio che può avere diverse declinazioni, tutte perfettamente aderenti al personaggio: leghista-moderato, leghista-accorto, leghista-di-governo. In una parola, il trevigiano Luca Zaia, da alcuni indicato come l’unica alternativa a Matteo Salvini e da altri come l’unico leghista che potrebbe ambire a unire il centrodestra, è un leghista a basso potenziale. Rassicurante. Ecumenico anche quando dice “prima i veneti”. Capace di apparire non razzista anche quando fa approvare leggi regionali che creano corsie preferenziali negli asili o nell’assegnazione di case popolari per chi vive da più di dieci anni in regione.

“Ho solo fatto una foto con un ragazzo che vive in Italia da tanti anni e parla veneto”

L’astuzia di Zaia è dimostrata dalle tappe raggiunte e dal modo con cui è riuscito a superarle. Proveniente dal mondo delle discoteche è stato presidente della provincia di Treviso dal 1998 al 2005. Poi atterrò direttamente alla vicepresidenza della giunta regionale (governatore era Giancarlo Galan), senza passare per i seggi elettorali. Tre anni dopo un altro capolavoro di destrezza politica, quando nel maggio 2008 riuscì allo stesso tempo a smarcarsi da Galan e a diventare ministro dell’Agricoltura. In quell’occasione aveva soffiato il posto all’amico di partito Giampaolo Dozzo, il sottosegretario ormai convinto di fare il grande salto, che pianse di rabbia.

Il ritorno a Venezia, nel 2010, fu un indubbio segno di forza. Innanzitutto nel centrodestra, dove Bossi, che era ancora Bossi, convinse Berlusconi a far schiodare Galan da palazzo Balbi, per incarichi ministeriali. Ma anche in casa leghista, dove Tosi si sentiva già un predestinato per la poltrona di Doge, che gli venne sfilata sotto il naso. Che l’uomo ci sappia fare è indubbio, vista la rielezione a mani basse nel 2015 e l’indice di gradimento sempre altissimo quale presidente della Regione, anche a distanza di due anni dal voto.

Zaia è convinto sostenitore del modello veneto, dalla sanità al volontariato, dall’impresa alla protezione civile. Perfino nella disponibilità ad accogliere i profughi. È allo stesso tempo ideologico e pragmatico. Ogni due giorni invoca l’esercito per garantire sicurezza. E a ogni operazione anticrimine elogia Polizia e Carabinieri. E si vanta: “Governiamo bene. Abbiamo dimostrato di essere seri, di aver mantenuto i patti”. Uno di questi – un vanto pontificato in ogni modo – era che il Veneto non metteva tasse ai veneti. “Siamo l’unica regione che lascia nelle tasche di famiglie ed imprese 1 miliardo e 159 milioni di euro per mancanza delle accise regionali sulla benzina, dei ticket regionali (si pagano solo quelli imposti da Roma) e dell’addizionale regionale Irpef”. A marzo l’annuncio di una tassa per rastrellare 300 milioni di euro necessari all’ultimazione della Pedemontana Veneta, è stato bruciante. Prima di tutti per il Governatore, che se lo è sentito rinfacciare da tutti. Poi è corso ai ripari, riuscendo a trovare nuove strade finanziarie. Il rischio della super-tassa è scomparso dall’orizzonte, anche perché a ottobre Zaia aspetta i veneti alle urne per il referendum sull’autonomia che, nelle sue aspettative, dovrà trasformarsi in un plebiscito.