I capilista bloccati restano, perché non ci saranno le preferenze. Ma almeno la precedenza per ottenere i seggi ce l’avranno i vincitori dei collegi uninominali. E’ su questa base che regge l’intesa tra Pd, Cinquestelle e Forza Italia sulla riforma elettorale. La commissione Affari costituzionali della Camera ha cominciato a votare gli emendamenti e dovrebbe concludere l’esame del testo entro domani in modo da approdare in Aula il 6 giugno come da calendario. La commissione andrà avanti fino alle 22, anche perché gli esponenti dei piccoli partiti contrari al testo elaborato da Emanuele Fiano svolgono lunghi e ripetuti interventi sui diversi sub-emendamenti e i voti sono dunque diradati. “Se i piccoli partiti fanno ostruzionismo, noi ritiriamo i nostri emendamenti e li riserviamo in aula” dice Fiano in commissione facendo riferimento al fatto che il presidente “non riesce a garantire” di far votare gli emendamenti. Secondo il capogruppo Pd Ettore Rosato la riforma elettorale sarà comunque approvata dalla Camera entro venerdì.

Perno di questo cambio di velocità è anche l’approvazione di un emendamento, a firma di Alan Ferrari del Pd, che corregge una delle criticità più evidenti della prima stesura del testo che per vari motivi garantiva ancora di più una considerevole quota di “nominati” e che anche per questo si differenzia parecchio dal sistema tedesco. L’emendamento Ferrari non cancella la parte di nominati, ma rafforza la scelta dell’elettore perché con un taglio dei collegi uninominali (da 303 a 225) viene superato il problema dei collegi cosiddetti “soprannumerari“, a causa del quale alcuni vincitori nei collegi che rischiavano di non essere eletto. Per farla più semplice, dopo l’ok di Pd, M5s e Fi, in ciascuna circoscrizione avranno la precedenza all’elezione i vincitori nella parte uninominale, mentre successivamente saranno selezionali i nomi nel listino bloccato composto di 2-6 nomi. Se un partito raggiunge la quota del 5 per cento ma non vince in nessun collegio verrà rappresentato in Parlamento dal miglior perdente negli uninominali e poi dalle liste proporzionali.

Per Mdp è solo un gioco delle tre carte. “Si diminuisce da 303 a 225 il numero di deputati scelti dagli elettori e conseguentemente si aumentano a 381 (+78) gli eletti nelle liste bloccate circoscrizionali: altro che superamento dei capilista bloccati! – afferma il senatore Federico Fornaro – Stessa operazione viene fatta per il Senato passando da 150 a 112 collegi uninominali. Con il definitivo superamento della ripartizione 50% collegi uninominali e 50% liste bloccate, poi, del sistema elettorale tedesco è rimasto solamente lo sbarramento del 5%: troppo poco per continuare a raccontare bugie agli italiani su presunte e false somiglianze tra i due modelli”.

Ok al taglio dei collegi. Le minoranze: “E’ incostituzionale”
A favore dell’emendamento di Ferrari hanno votato Pd, Forza Italia, M5s e Lega Nord mentre contro si sono espressi Articolo 1-Mdp, Alternativa Popolare, i centristi dei Civici e Innovatori e di Democrazia Solidale-Centro Democratico, i fittiani di Direzione Italia e gli ex M5s di Alternativa Libera. Tutte le opposizioni protestano perché ritengono questa modifica – che ridisegna i collegi e che quindi dà preferenza ai candidati dell’uninominale – incostituzionale. L’emendamento Ferrari, infatti, dà una delega al governo di 12 mesi per disegnare i collegi (la delega in genere è di 30-45 giorni), ma come norma di chiusura prescrive che se si va a votare prima della definizione dei nuovi collegi, si adottano quelli usati per il Senato con il Mattarellum tra il 1994 e il 2001. I piccoli partiti sottolineano che questi collegi furono disegnati nel 1993, sulla base del censimento del 1991, con dati demografici diversi dagli attuali. “Soprattutto – spiega Gian Luigi Gigli, eletto con Scelta Civica e ora in Democrazia Solidale – una pretesa che calpesta il dettato costituzionale. L’articolo 56 della Costituzione, infatti, prevede che la ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni sia effettuata dividendo per 618 il numero degli abitanti, quale risulta dall’ultimo censimento generale della popolazione e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione”. La legge elettorale è incostituzionale anche secondo Giuliano Pisapia che cerca invano di riunificare il centrosinistra: “L’eliminazione dei capilista bloccati – dice all’Intervista di Maria Latella  è un piccolo passo avanti che non risolve il problema sollevato dalla Consulta è cioè la governabilità. Speriamo che non sia una legge anticostituzionale, per il momento lo è su due punti: la governabilità e la rappresentanza, due punti principali”.

Via anche le pluricandidature
“Il capolista bloccato non esiste più: riparte dai collegi vincenti e si passa poi alla lista del proporzionale” dice il capogruppo del Pd Ettore Rosato. Nei fatti i capilista bloccati in realtà resteranno: non saranno le prime scelte, ma saranno comunque i primi beneficiari del proporzionale. L’attenuazione di questo meccanismo arriva, va detto, dall’eliminazione delle pluricandidature, un’altra modifica concordata dai tre “Grandi” del Parlamento: ci si potrà candidare solo in un collegio uninominale e in un listino bloccato (e non in tre come nella prima stesura). Esultano sia gli orlandiani sia i Cinquestelle: “Ora il sistema è tedesco” scrive euforico Danilo Toninelli.

Bocciato il voto disgiunto. Mdp: “M5s cambia idea per convenienza”
Il patto del M5s con il Pd e Forza Italia è così forte che i Cinquestelle hanno anche votato contro il voto disgiunto nonostante i ripetuti annunci dei giorni scorsi di Danilo Toninelli, il “capo-squadra” del M5s per le questioni costituzionali. “Proveremo a far digerire il voto disgiunto, ma se salta non è un problema” aveva detto tra l’altro Toninelli. Quella proposta è stata avanzata da Mdp, con un emendamento firmato da Alfredo D’Attorre, ma la proposta di modifica è stata bocciata anche con i voti dei commissari grillini. Sulla base di una convenienza partitica, attacca D’Attorre in commissione rivolto a Toninelli, “si ribaltano convinzioni portate avanti da sempre, anche con severi giudizi nei confronti di chi non la pensa allo stesso modo. I Cinquestelle sono evidentemente scesi dal piedistallo e assistono o silenti e imbarazzati o conniventi”. Toninelli ha replicato che “nel merito il M5s è a favore del voto disgiunto, ma si deve tenere conto anche dei motivi politici. Sottolineo inoltre che il voto disgiunto è perfetto per il sistema tedesco che è diverso dall’assetto italiano. Si potrebbe infatti verificare il caso che un candidato vincente nell’uninominale non entri”.

“Deutsche Gesetz”: La Russa comincia a parlare in tedesco
Alternativa Popolare aveva cercato di introdurre un meccanismo che il sistema tedesco autentico ha, cioè il fatto che se un partito non raggiunge il 5 per cento ma conquista tre collegi uninominali ha diritto a quei seggi. Ma l’emendamento di Dore Misuraca è stato respinto. Sul presunto essere tedesco del sistema in discussione a Montecitorio, peraltro, si è sviluppato anche un siparietto di Ignazio La Russa che si è lasciato andare a un intervento in un discreto tedesco, così da farsi richiamare dal presidente Andrea Mazziotti, che gli ha ricordato “i lavori sono in italiano”. Diversi partiti critici del testo del relatore Emanuele Fiano avevano insistito sul fatto che questo testo non c’entrasse nulla con il sistema tedesco, cosa su cui lo stesso Fiano aveva concordato.

No a premio di maggioranza e preferenze. Lite Mdp-Pd
Tra le altre proposte di modifica bocciate dalla commissione – sulla base della critica che questa legge non dà garanzia di governabilità – anche quelle di Massimo Parisi (verdiniano di Ala) che cercavano di introdurre un premio di maggioranza oltre una certa soglia del proporzionale. Mdp aveva proposto anche l’inserimento delle preferenze nel listino (che a quel punto avrebbe davvero cancellato i capilista bloccati), ma anche questa proposta è stata respinta. No a un emendamento analogo a firma La Russa. Poco prima del voto, l’esponente di Mdp Arcangelo Sannicandro è stato protagonista di un battibecco infuocato con Fiano e Roberto Giachetti. Il parlamentare ha accusato Pd, M5S, Fi e Lega di essere “ladroni di democrazia” perché contrari alle preferenze, suscitando le proteste di Fiano e di altri membri della commissione. Mazziotti alla fine ha riportato la calma invitando Sannicandro ad evitare parole offensive. Questi ha voluto avere la parola finale con una sferzata ironica: “Allora li chiamerò dispensatori di democrazia”.