di Massimo Bordignon (Fonte: Lavoce.info)

Votare in ottobre significa iniziare l’iter della legge di bilancio con un governo dimissionario e senza certezze su quello futuro. Non è una questione da sottovalutare perché si riflette sul nostre processo di stabilizzazione delle finanze pubbliche.

Le elezioni e le promesse del Def

Votare o non votare a ottobre? Ora che i principali partiti stanno felicemente convolando a nozze su una nuova legge elettorale per le due camere, la domanda si fa urgente. È persino possibile che la prospettiva delle elezioni anticipate sia stata la molla che ha spinto i leader politici a convergere sul nuovo sistema elettorale, dimenticandosi aspirazioni maggioritarie fino a ieri ritenute imprescindibili. La tentazione di votare presto può dunque diventare irresistibile. C’è però un problema: la legge di bilancio. È un passaggio cruciale per il paese che deve essere affrontato in autunno e non si sa bene come un governo dimissionario, nel bel mezzo di una campagna elettorale, potrebbe gestirlo.

Riassumiamo i fatti. Il governo italiano ha promesso nel Documento di economia e finanza (Def) di portare il disavanzo pubblico all’1,2 per cento del Pil nel 2018 e allo 0,2 per cento nel 2019, dopo aver approvato con il decreto 50/2017 una manovrina da 0,2 per cento del Pil in aprile (0,3 per cento in termini strutturali) per evitare l’apertura di una procedura di scostamento eccessivo dagli obiettivi di bilancio concordati con la Commissione europea. Siccome il disavanzo pubblico è ora al 2,1 per cento del Pil, raggiungere l’obiettivo richiederebbe una manovra per il prossimo anno di circa un punto di Pil, a cui andrebbero aggiunte le risorse per finanziare altri interventi che sono preventivati nel Def (come rinnovo contratti pubblico impiego, sostegno agli investimenti pubblici e privati, messa in sicurezza del territorio, riduzione del cuneo fiscale su categorie di nuovi assunti).

In realtà, una parte rilevante delle risorse sono già state trovate tramite la cosiddette “clausole di garanzia”, incrementi automatici di imposte (prevalentemente sull’Iva) che sono stati introdotte negli anni scorsi per rispettare gli equilibri di bilancio. Al netto delle nuove risorse generate dal decreto 50, si tratta di poco più di 15 miliardi nel 2018. Ma il governo ha già anticipato nel Def la volontà di disinnescare gli aumenti automatici, tramite interventi alternativi su entrate e spese. Il problema è che se non fosse in grado di farlo, gli incrementi scatterebbero automaticamente a partire dal 1° gennaio 2018.

La contrattazione con l’Europa

Non solo. Con una lettera a firma congiunta con i ministri dell’Economia di Francia, Spagna e Portogallo, in maggio il nostro ministro delle Finanze ha chiesto di rivedere il percorso pattuito con l’Europa in merito al controllo delle finanze pubbliche. Il timore lì espresso, viste le incertezze sulle metodologie di stima della Commissione sulla situazione economica del paese, è che una manovra delle dimensioni attualmente previste dal Def possa azzoppare la già fragile ripresa italiana, oggi prevista attorno all’1 per cento del Pil in termini reali (cioè al netto dell’inflazione) per questo e il prossimo anno, poco più della metà della crescita europea.

La contrattazione con l’Europa è un passaggio delicato, ancor più che per i rapporti con la Commissione, per il riflesso che un eventuale conflitto (l’apertura di una procedura per disavanzo eccessivo sul debito) potrebbe avere sulla percezione dei mercati sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. È bene ricordare infatti che nonostante i bassissimi tassi di interesse indotti dalla politica iper-espansiva della Banca centrale europea negli ultimi anni, non siamo ancora riusciti a stabilizzare il rapporto debito su Pil, il principale indicatore utilizzato per misurare la sostenibilità finanziaria di un paese. Il rapporto è infatti passato dal 132,1 per cento del 2015 al 132,6 per cento del 2016, nonostante la spesa per interessi sia stata pari solo al 4 per cento del Pil e il tasso medio ponderato delle emissioni di titoli italiani sia stato dello 0,55 per cento, entrambi valori eccezionalmente bassi sia in termini storici sia per la situazione oggettiva del paese. Il programma di acquisti di titoli pubblici da parte della Bce si concluderà con la fine dell’anno, prefigurando un ritorno sia pur graduale a condizioni di maggior normalità della politica monetaria.

Intendiamoci, di per sé votare presto non necessariamente comporta il rischio di fibrillazioni sui mercati. Al contrario, se ci fossero aspettative serie sulla formazione di un nuovo governo, con una solida maggioranza e idee chiare sulle cose da fare sul piano economico, votare al più presto potrebbe essere una ottima idea. Per affrontare i molti problemi irrisolti del paese sarebbe certamente meglio un governo solido con un’intera legislatura davanti, che un esecutivo a fine legislatura e indebolito al proprio interno dal conflitto tra partiti comunque già in campagna elettorale. Ma il problema è che, visti i sondaggi e il nuovo modello elettorale scelto, è difficile immaginare che sia un obiettivo raggiungibile.

C’è il rischio che dalle elezioni escano maggioranze alternative tra Camera e Senato e che per formare un governo sia poi necessario creare grandi coalizioni con forze politiche dai programmi molto eterogenei. È facile ipotizzare lunghi processi di contrattazione tra i partiti, all’indomani delle elezioni, per trovare un programma condiviso. Tutto questo è poco compatibile con gli imperativi finanziari.

Meglio dunque ripensarci. Votare a febbraio 2018, dopo aver approvato la finanziaria e portato a termine le molte riforme rimaste a metà del percorso legislativo e di interesse per i cittadini, potrebbe essere una strategia più sicura.

* Massimo Bordignon è attualmente membro dell’European Fiscal Board. Tuttavia, le opinioni formulate nell’articolo sono espresse a titolo puramente personale e non coinvolgono l’istituzione di appartenenza.