Primo tempo. Mio figlio torna a casa chiedendomi cos’è “il gioco del Blue whale“. Rispondo che non è un gioco. Mi racconta che all’intervallo se ne parlava tra compagni. Allora spiego, faccio domande, ne fa lui, ci dedichiamo tempo e facciamo quelle cose che l’uomo trascura: lentezza e confronto. La tv ha una paura fottuta di Internet. Così, prima ancora di sondare la realtà, la televisione attribuisce tutto il peggio che sappiamo fare alla rete.

Il Blue whale è solo l’ultimo episodio in ordine di tempo e il prossimo non tarderà a venire (spiaggiando cetacei azzurri sulla sabbia dell’oblio). Anche la tv non brilla sempre, sempre si accende, ma non basta per illuminarci. È un trono stretto, sul quale i posti sono (molto) limitati. Ma ghiotti. Mi documento, guardo in giro, tv e compagnia, l’ansia mi fiuta, mi tasta e se ne va. Ricordo quando mi incidevo il braccio con un taglierino perché avevo visto Rambo 2 (quanto ero sfigato) o quando pensavo che si poteva morire prima che lo decidesse il destino. E tutto questo quando le balene azzurre erano solo in mare.

Ma avevo qualcuno con cui parlarne e non mi esplodeva tutto dentro per far credere che fuori andava tutto bene. Quando mi ritrovo in queste parole “Un adolescente non si taglia perché un tizio che nemmeno conosce gli dice di farlo. Si taglia perché non trova le parole per dirlo‘; perché, allo stremo delle proprie risorse mentali non riesce a trovare altro modo per dare forma al proprio vissuto”.

Così scrive Ada Moscarella e mi porta dritto dritto al secondo tempo di questo articolo: mio figlio mi racconta il giorno dopo: “Allora questo gioco della balena ti fa diventare una balena! A ogni prova che fai, devi diventare sempre di più una balena. Che quando mandi le foto se non sei abbastanza balena, allora devi impegnarti di più. Quando sei abbastanza balena ti butti giù da un palazzo, ma la cosa grave è che da balena non puoi più comunicare con la tua famiglia“.
Non avere le parole per dirlo è peggio che morire.